Italdonne: Di Giandomenico “Soddisfatto del Sei Nazioni. Il gender gap? Anche una questione linguistica”

A poche settimane dalla fine del Sei Nazioni ho chiacchiarato con il ct azzurro che ha fatto il punto della situazione e ha parlato anche di Olimpiadi e rugby seven.

A poche settimane dalla fine del Guinness Sei Nazioni 2021 femminile abbiamo sentito Andrea Di Giandomenico, ct della nazionale femminile di rugby, per tirare le somme sul torneo. Ma con il ct azzurro si è parlato anche di qualificazioni Mondiali, di un cambio culturale e lessicale nello sport italiano e dei prossimi Giochi olimpici di Tokyo 2021, dove l’Italia non ci sarà.

Prima del Sei Nazioni 2021 ci siamo sentiti per Rugby2u parlando di cosa ti aspettavi dal torneo continentale dopo quasi un anno completo di stop per il rugby femminile in Italia. Ora è il momento di tirare le somme. Come è andata?

“Se faccio una considerazione generale, non posso non dire che sia andata al di sopra di ogni previsione. Eravamo all’interno di un contesto che, a parte Inghilterra e Francia dove i campionati sono partiti, preoccupava per il ritorno in campo dopo così tanto tempo, con anche tre partite consecutive. Sono molto soddisfatto, cominciando dall’attitudine dimostrata che è stata molto positiva, così come l’organizzazione della bolla, con tamponi bisettimanali, da parte di Fir e Zebre che ci hanno dato condizioni migliori per allenarci. Sul campo, nella partita con l’Inghilterra e quella in Scozia sicuramente c’è stata espressione ottima del gioco, resta l’amaro in bocca con l’Irlanda e il primo a doversi fare le domande sono io. Senza alibi, a Dublino siamo arrivati scarichi per tanti motivi. Non è una delusione sportiva, ma sono dispiaciuto per non essere riuscito a mettere nelle migliori condizioni la squadra per dare il meglio. Ma nel complesso, ripeto, un ottimo torneo”.

Parlando sempre a Rugby2U con Manuela Furlan, la capitana della nazionale ha sottolineato come prima della questione professionismo per lo sport femminile e prima della possibile riforma del campionato, il primo problema da superare per il rugby femminile è quello culturale. Sei d’accordo che il lavoro più duro sia quello di chiudere il gender gap mentale, con l’Italia che ha bisogno di iniziare a considerare tutti gli sport anche femminili?

“Ma guarda io questa cosa la giudico anche a livello linguistico. Se ci pensi, sarà magari banale e solo un aggettivo, ma c’è una grande differenza se parliamo di “nazionale femminile di rugby” o di “nazionale di rugby femminile”. Sarà una stupidaggine, ma già partendo dall’aggettivo cambia tanto, cambia il concetto di base. A me piace parlare di rugby. E già solo da questo pensiero capisci come serva cambiare il concetto di partenza per poter cambiare la visione dello sport femminile in Italia”.

Oltre all’Italdonne per anni sei stato anche ct della nazionale femminile di rugby Seven. Quest’anno ci sono le Olimpiadi di Tokyo e le azzurre non ci saranno. Avendo toccato con mano la realtà del Seven secondo te cosa serve affinché le nazionali italiane possano provare concretamente a puntare alla qualificazione olimpica in futuro?

“Anche qui mi permetto di fare una considerazione un po’ diversa. Alla Coppa del Mondo Seven l’Italia non ci va dal 2003. Puntare alle Olimpiadi significa fare uno step troppo alto, saltare due passaggi. Per me gli obiettivi devono essere entrare stabilmente nelle World Series, poi qualificarsi per i Mondiali e a quel punto si può parlare di Olimpiadi. Poi non dimentichiamoci che alle Olimpiadi ci sono solo 12 squadre, quindi le chance sono veramente limitate con solo 2 posti per le europee al massimo. Se consideriamo ciò, anche se capisco la percezione che hanno le Olimpiadi, è chiaro che il primo passo sia costruire un gruppo di giocatrici, puntando anche sulla specializzazione che è sempre più fondamentale nel Seven, poi si deve puntare alle World Series, ai Mondiali e poi alle Olimpiadi. È come se una squadra di Serie B sognasse la Champions Cup senza prima venir promossa in Serie A, Top 10 e Pro 14. Se parliamo troppo di Olimpiadi come obiettivo oggi è ovvio che le aspettative resteranno sempre deluse”.

Leggi tutta l’intervista ad Andrea Di Giandomenico su OA Sport.

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