Rugby Italia: Venditti “Bene il cambiamento, ora serve un progetto”

L’ex ala azzurra parla del cambio ai vertici federali, della lunga crisi del rugby azzurro e di cosa serva nel futuro immediato in questa intervista a Federico Falcone.

“Non posso nascondere la mia personale soddisfazione per il risultato delle elezioni, era da tanto che si invocava un cambiamento e ora, quanto auspicato, si è verificato”. Giovanbattista Venditti, ex ala delle Zebre e della nazionale italiana, commenta così il risultato delle elezioni federali avvenute sabato scorso. Dalle urne è uscito vittorioso Marzio Innocenti che è diventato il nuovo presidente della Federazione Italiana Rugby. Il leader dell’opposizione ha battuto Paolo Vaccari, giunto secondo con il 40% dei voti. Debacle totale per il presidente uscente Alfredo Gavazzi, che abbandona raccogliendo solo il 2% dei voti al termine di otto anni che hanno portato il rugby italiano a uno dei livelli più bassi, sia da un punto di vista sportivo sia di visibilità e attenzione. Con il neo-Presidente Marzio Innocenti eletti in Consiglio Federale Orlandi (tecnici), Festuccia e Gallina (giocatori), Gualandri, Luisi, Morelli, Musso, Dalto, Menga, Fava (società). Duodo Presidente del Collegio Revisori dei Conti.  

Il sistema andava rifondato, ma la colpa non era esclusivamente di una persona sola. In queste settimane c’è stato un accanimento, a volte anche ingiustificato verso alcune figure. In questi ultimi mesi si è proprio avvertito il distaccamento dei tifosi verso le squadre e verso la nazionale e, ogni volta che c’era un risultato negativo, la gente si sfogava contro i giocatori. I ragazzi li sento spesso e posso largamente testimoniare che sono i primi a essere rammaricati di questa situazione. Non possono, per evidenti ragioni, vivere serenamente tutto ciò”.  

“Si è persa la speranza. Anche tra i tifosi. Se togliamo tutto questo, cioè speranza, emozioni, ricerca del risultato, cosa resta? Quello che mi è piaciuto di sabato, inteso come election day, è stata la grande affluenza alle urne. Erano circa 600 persone. La voglia di cambiamento era percepibile. Adesso, però, c’è da portare avanti un lavoro difficilissimo con la tanta credibilità da recuperare e l’esigenza di riportare in alto un movimento che sta attraversando una fase sportiva particolarmente complessa. I risultati non possono più aspettare. C’è tutto l’aspetto, poi, legato alla formazione di allenatori e ragazzi che andrebbe riformato. C’è tantissimo da fare, ma è tornata la speranza. E’ comunque un nuovo punto di partenza”.  

Nella nuova veste della Federazione il ruolo del centro sud sembra essere più marcato. “Indubbiamente è un tema prioritario. Se non viene sviluppato allora non possiamo neanche parlare di sport nazionale. La Federazione deve dare la possibilità a tutti i giocatori di avere le stesse opportunità di carriera. Al momento non è un caso che la maggior parte dei giocatori provenga dal nord o da formazioni rugbistiche estere. Se non si investe non c’è sbocco, è inevitabile. Bisogna investire su giocatori, squadre, allenatori. Dovranno essere fatte politiche per consentire lo sviluppo di un intero movimento, che parta dalla base e che arrivi fino alla vetta più alta”.  

Il tema della terza franchigia è uno di quelli che non può essere ignorato e che è ancora particolarmente dibattuto. “E’ fondamentale utilizzare bene i fondi delle franchigie”, precisa l’abruzzese. ”Ma la questione è delicata. Roma è chiaramente una piazza ambita, sia dalla Federazione che dal Pro14. Il 1 luglio del 2012, quando le Zebre sono nate, io c’ero. Conosco bene le potenzialità di quel gruppo, di quella società e di quella zona. Sono inespresse, posso affermarlo con decisione. Stiamo parlando del più alto livello del rugby italiano eppure i margini miglioramenti fuori dal campo sono ancora enormi. Prima di spostare le Zebre io farei un tentativo con persone qualificate, nuove, con una visione strategica ben definita. Sono scettico sulla terza franchigia. Quale è il motivo per averla? Alzare il livello dei giocatori? E’ complesso, riflettiamo se abbiamo un numero tale di giocatori da consentire questa possibilità. Dobbiamo anche vedere dove andranno a finire Benetton e Zebre tra qualche anno. Bisogna formare i giocatori dal basso. Dobbiamo portare a casa i risultati, non partecipare e basta. Bisogna avere le carte per vincere le partite ed essere competitivi”.  

“Le critiche che stiamo ricevendo sono normali. Il problema è il modo in cui sono arrivate le sconfitte con partite chiuse a zero o con 50 punti presi e con errori inaccettabili per quel livello. C’è un’enorme disparità tra noi e gli altri. Come movimento italiano ci siamo meritati queste critiche. Io ero in campo, quindi non mi tiro fuori dalle stesse. In passato non è andata meglio, quando al massimo vincevamo una partita e raramente due. Dobbiamo sviluppare un progetto che possa portare benefici. Mi aspetto che ci sia una visione e una strategia per avere un futuro più radioso. Innocenti ha parlato di grande rugby, e il nostro ha le potenzialità per esserlo”.  

2 commenti su “Rugby Italia: Venditti “Bene il cambiamento, ora serve un progetto”

  1. sono due anni che non seguo più la nazionale spero di poter tornare vederla per gioire o poter commentare le sconfitte non per grandissime incapacità nostre

Rispondi