Rugby italiano: cambiare la narrazione ovale per rilanciare il movimento

Il nuovo corso del rugby italiano deve ripartire anche dalle parole. Serve uno storytelling nuovo, meno autoreferenziale e che guardi a chi non segue la palla ovale.

In questi anni il rugby in Italia ha visto un’involuzione non solo tecnica e di risultati, ma anche – e soprattutto – di visibilità. Se una parte di questo crollo mediatico è ovviamente riferibile direttamente ai risultati scadenti dell’Italia, delle franchigie di Pro 14 e dal crescente disinteresse della stessa Fir verso il massimo campionato italiano, con un crollo qualitativo dello stesso, dall’altra parte vi è stata anche una serie di errori che hanno portato a questa situazione. Errori cui va posto rimedio.

In primo luogo va rivisto completamente il racconto del rugby come “sport dei valori”. Non si vuole negare ciò, ma sono due gli errori clamorosi commessi in questi anni. Il primo è stato quello di puntare tutto su questi valori, con una ripetizione continua degli stessi che ne hanno fatto uno storytelling stantio e fastidioso. I valori non vanno enunciati, vanno messi in pratica e, dunque, se si vuole puntare anche sullo storytelling del rugby valoriale vanno raccontati anche gli esempi che lo dimostrano. Serve un racconto rugbistico che parta dalla case history del valore sociale del rugby in Italia, non semplicemente dire che abbiamo valori.

Il secondo errore, forse ancor più grave, è stato quello di mettere il rugby su un piedistallo, come fosse l’unico sport dei valori. Uno scontro frontale con gli altri sport – e non solo con il calcio post Calciopoli che aveva spinto il rugby ad autoincensarsi – che hanno reso il rugby e i rugbisti antipatici e supponenti agli occhi degli altri sportivi. Serve raccontare i valori del rugby senza ergersi a unici portatori sani di uno sport pulito, come se le altre discipline fossero inferiori.

Lo sport sono i risultati, soprattutto a livello agonistico, ma lo sport è in primo luogo storie da raccontare. Storie di ragazzi e ragazze, storie di club e di quartieri, storie di rivincita o storie di FairPlay, storie di lotta alle discriminazioni, o semplici storie di gente comune. La Fir deve trovare queste storie e raccontarle, deve “venderle” ai giornali, alle televisioni, ai periodici, ai siti per farle conoscere e per far conoscere il nostro sport anche partendo da un’angolazione diversa. E, qui, passiamo al terzo punto fondamentale.

L’autoreferenzialità del rugby ha portato negli anni a non cercare più di farsi conoscere al di fuori della ristretta cerchia ovale. Da un lato la superiorità del “se non hai giocato a rugby non puoi capire”, ma dall’altra anche la pigrizia mentale ha fatto sì che la Federazione non abbia esplorato vie alternative per far conoscere il rugby. Insomma, vanno trovate idee ed escamotage per portare il rugby fuori dal solo ambito degli appassionati e dal solo ambito sportivo. Vanno creati dei personaggi e il messaggio ovale va veicolato anche attraverso canali che nulla hanno a che fare con il rugby o con lo sport.

A tutto ciò, poi, va aggiunta una rivoluzione nella comunicazione ovale, sia nei rapporti con la stampa (vedi il suicidio di rompere con Rcs dopo i test match 2009, vedi la pessima gestione dei rapporti con i broadcaster nazionali) sia nella gestione digital e social della visibilità del movimento. Ma questi sono temi delicati e che dovrà affrontare direttamente Marzio Innocenti cercando gli esempi migliori di comunicazione istituzionale e non solo per rilanciare la visibilità del movimento.

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5 commenti su “Rugby italiano: cambiare la narrazione ovale per rilanciare il movimento

  1. Ciao Duccio, tutto molto condivisibile tranne “Vanno creati dei personaggi”. Le storie delle persone che giocano a rugby, se sono davvero persone di valore (e magari anche atleti di valore), contano e conteranno. I personaggi creati da e per i media (da e per i social mi fa senso anche solo a scriverlo) non servono a un movimento che in venti e passa anni in Italia si è guadagnato una immagine da caricatura del professionismo. Valori riconosciuti? I soldi, tanti per uno sport e tantissimi per uno sport minore, mal guadagnati e peggio spesi. Bisogna giocare a rugby, nelle scuole e nei Club: agonismo, e a tutti i livelli. Così impari ad essere una persona di valore, che gioca anche il più bel gioco del mondo. E i “personaggi” vengono fuori con le storie, dal campetto di Scampia a quello di Grenoble. Mi pare che ci sia tutta l’intenzione di voltare finalmente pagina rispetto all’insensata piramide rovescia del nostro rugby: sarà durissima dopo decenni di abbandono e di disprezzo per tutto quello che non fosse “alto livello”. Dei miei coglioni. Oggi mi sono commosso a leggere il saluto di CJ che smette a neanche 31 anni. Parole che non sono da personaggio, ma da persona e atleta di valore. Storie: persone.

    https://www.munsterrugby.ie/2021/03/16/cj-stander-to-retire-at-end-of-season/

    1. Il sottinteso è quello che dici tu. Il mio senso di “creare personaggi” è proprio quello di raccontare le storie e, di conseguenza, le persone che diventano personaggi. Non intendo certo creare il Balotelli di turno…

  2. Spunto di riflessione bello e giusto. Come e chi dice le cose per rilanciare il nostro sport è centrale, quasi quanto la riorganizzazione tecnica. Soprattutto dopo quasi due anni di inattività sportiva di tutto lo sport di base, quindi quelle migliaia di poveracci (tra cui il sottoscritto) che nei weekend scopre luoghi impensabile nella propria regione andando a giocare. Il punto però sarebbe domandarsi come movimento: che immagine ci vogliamo dare? Che personaggi si vogliono creare (o dare visibilità)? E questa immagine che obiettivo deve avere: fidelizzare la base? Aprirsi a nuovi pubblici (intesi anche come possibili praticanti)? Se non si fissa a monte questo, sono cazzi.

  3. Ho seguito la chiacchierata che hai appena fatto con Festuccia.
    Mi sento confortato.

    P.S.
    Ciao redivivo !!!! (Per @malpensante)

    1. Ciao Mamo, ogni tanto rompo i maroni a Duccio che mi sopporta da sempre. Festuccia, Gallina e Orlandi in Consiglio sono tanta roba.

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