Italia: Addio a Giorgio Ricciarelli, anima del rugby milanese (e non solo)

Marco Pastonesi dedica una lettera d’addio a un grande rugbista e un grande personaggio e amico del rugby milanese.

Un terza ala lo si riconosce dall’altruismo, dalla generosità, dall’energia. Se avesse quattro zampe (e un po’ animale lo è), sarebbe un gran san bernardo, con tanto di fiaschetta sotto il mento. Se avesse due ruote (e un po’ moto lo è), sarebbe un trial, di quelli che tuonano sulla strada e sullo sterrato. Se avesse due ali (e un po’ spirituale lo è), sarebbe un angelo, un angelo custode e protettore.

Penso a questo adesso che Giorgio Ricciarelli, terza ala ma anche terza centro, ha appoggiato a terra le quattro zampe, spento il motore e spiccato il volo. La morte ieri sera, la notizia stamattina, cominciare una giornata così è come scalare il Mortirolo con una Graziella. Non l’ho conosciuto da giocatore (però esistono foto, documenti, statistiche, articoli e soprattutto racconti), ma da dirigente, da appassionato, da genitore, da frequentatore assiduo della Cantina del Lele, da presidente onorario dell’Asr Milano. Da amico, oserei dire.

“Riccia” e quella giacchetta di pelle dalla primavera all’autunno, “Riccia” e quel cappotto con il bavero tirato su d’inverno, e quel cappello perché il freddo comincia dalla testa, e quella bella testa di capelli bianchi, e quei bei baffi bianchi, e quegli occhi buoni, e quella risata pronta a scattare come un centrometrista dai blocchi di partenza, e quel dare senza mai pretendere di avere, ricevere, ottenere, tipico da terza ala. “Riccia” e quel senso di appartenenza a una maglia (biancorossa), a una società, a un club, a una storia, una storia dove fino a ieri – fino a stamattina per me che non sapevo nulla – era il punto di riferimento, perché il più vecchio, e sicuro che lui, a dirglielo, a ricordarglielo, si sarebbe esorcizzato toccandosi i marroni. Classe 1936, un “cap” in Germania-Italia 11-13 a Berlino nel 1962, giocando – pensa te – da seconda linea in coppia con Sergio Lanfranchi.

Giorgio Ricciarelli, per me, fa parte della tappezzeria della Cantina del Lele. Di Cabrio era l’altare maggiore, ma anche l’ultimo badante. Andava a prenderlo a casa e lo accompagnava, un po’ tassista e un po’ chaffeur, come un pontefice che fa salire a bordo un semplice peccatore e poi si mette al volante, come Cristo che lavava i piedi di Pietro e degli altri Apostoli, poi una scorribanda – al campo, al bar, alla presentazione di un libro – e via, il piacere di dividere il pane (e salame, e vino) e moltiplicarlo (fino a uscirne storti). In tribuna, a guardare le partite dell’Asr Milano, non riusciva a stare seduto: camminava, si agitava, ruminava, si struggeva, soffriva, si aggrappava, fosse la rete o la speranza, fosse la balaustra o la fede, si illumiva o si incupiva, quell’alternarsi (e alterazione) di stati di animo come per tutti noi che alla maglia a strisce bianche e rosse abbiamo dato serate e ginocchia.

Da autentica terza ala, Giorgio Ricciarelli non si è mai fermato anche quando ha smesso di giocare. Fino all’ultimo continuava a correre (anche zoppicando, anche appoggiandosi a un bastone) e placcare, saltare, spingere, insomma, sostenere. Due volte la settimana distribuiva cibo alla mensa francescana di via Saponara, altre due volte la settimana prestava il servizio d’ordine al centro francescano di via Osoppo.

Ciao Giorgio, è stata una fortuna giocare insieme, nella stessa squadra, anche senza pallone.

(Articolo di Marco Pastonesi, che ringrazio di cuore per il bel contributo)

Foto – Marco Turchetto/RugbytoItaly.com

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