Razzismo: l’Inghilterra vuole zittire “Swing Low, Sweet Chariot”

L’inno che tradizionalmente viene cantato dai tifosi per i match dell’Inghilterra di rugby parla di schiavi…

Dopo “Via col Vento” rischia di scomparire anche “Swing Low, Sweet Chariot”. L’onda revisionista, nata dalle giuste proteste in America per l’omicidio di George Floyd da parte di quattro poliziotti a Minneapolis, rischia di colpire un simbolo del rugby inglese.

Da anni, infatti, “Swing Low, Sweet Chariot” è l’inno non ufficiale della nazionale di rugby britannica e viene cantata dai tifosi più volte durante i match allo stadio. Ma la canzone parla di schiavitù e, dunque, oggi diventa pericolosa. Per questo la RFU sta valutando di non farla più cantare allo stadio.

“Swing Low, Sweet Chariot” fu scritta dal choctaw Wallis Willis poco prima del 1862. Egli fu ispirato dal Red River, che gli ricordava il fiume Giordano e il profeta Elia, il quale venne rapito in cielo con “un carro – chariot – di fuoco”. Alexander Reid sentì Willis cantare questa canzone e ne trascrisse testo e melodia. Successivamente inviò il brano ai Jubilee Singers della Fisk University presso Nashville. I Fisk Jubilee Singers resero popolare questa canzone con i loro tour negli Stati Uniti e in Europa. Ma come è diventato l’inno del rugby inglese?

Il 18 marzo 1988 un gruppo di studenti della Douai School stava assistendo allo stadio di Twickenham a Inghilterra-Irlanda dell’allora Cinque Nazioni. L’Inghilterra arrivava da 15 sconfitte negli ultimi 23 match e aveva segnato una sola meta in due anni. Il primo tempo finisce 0-3 per l’Irlanda e si prospetta l’ennesimo ko. Ma nella ripresa Chris Oti, esordiente, marca tre mete per l’Inghilterra (che ne segnerà sei vincendo 35-3) e la prima meta arriva proprio quando il gruppo di studenti stava iniziando a intonare “Swing Low, Sweet Chariot”. E da allora, per scaramanzia, viene cantato a ogni partita. Fino a oggi, domani si vedrà.

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