Italrugby: Castello “Gap culturale enorme, facciamo miracoli”

Il capitano delle Zebre, ormai pronto al rientro in campo, analizza la situazione del rugby italiano.

Il capitano e centro delle Zebre e dell’Italia Tommaso Castello racconta in un’intervista esclusiva a OA Sport come sta vivendo questo periodo di stop dello sport a causa dell’emergenza sanitaria. Tra gli studi per la seconda laurea, la delusione per la stagione bianconera e la voglia di tornare presto in campo.

Tommaso, prima domanda ormai scontata in questo periodo. Come sono andati questi mesi di quarantena, cosa hai fatto?

“Personalmente sono andati bene. Prima dell’emergenza mi allenavo in disparte con diversi problemi ancora alla caviglia. In questi mesi, sicuramente grazie al passare del tempo e con gli allenamenti specifici, ho recuperato e con il rientro a Parma mi sto allenando con i compagni di squadra. Da un punto di vista extra rugbistico, finalmente ho potuto seguire le lezioni universitarie dal vivo, grazie alle lezioni online. In pratica, guardo il bicchiere mezzo pieno e questa quarantena, al di là dei disastri che ha causato il virus, per me è stata un buon periodo”.

Cosa serve all’Italia per fare il salto di qualità e giocarsela costantemente alla pari con tutte le squadre?

“Il discorso è molto semplice. Guarda il nostro movimento e guarda gli altri. Guarda quanto è radicato il rugby da noi e quanto dagli altri. Guarda il nostro campionato nazionale e quelli degli altri. Mettendolo tra virgolette, i successi raccolti in questi anni sono un ‘miracolo’ se guardi la differenza che c’è tra noi e gli altri a tutti i livelli. Immagina un marziano che viene sulla terra e vede strutture, settori giovanili, mentalità sportiva, cultura rugbistica in Inghilterra, Galles, Francia e da noi e si chiederà di sicuro cosa ci facciamo noi con quelle squadre. Si è fatto tanto per colmare il gap, ma è difficile perché culturalmente non ci appartiene questo sport. Poi, vero che in campo si scende in 15, tutti con due gambe, due braccia, due occhi. Però nelle altre nazioni la Nazionale è la punta dell’iceberg di un movimento, da noi la Nazionale è il traino del movimento, non è l’espressione del movimento. Qui non siamo neanche lontanamente paragonabili per una questione di tradizione e cultura. Anche facendo una programmazione a lungo termine è difficile che si arrivi a pareggiare il livello del movimento in Gran Bretagna o Francia. Lì c’è una tradizione, un campanilismo che qui non c’è. Da noi è una situazione molto delicata, che si nota anche dopo l’emergenza Covid-19, e si cerca di fare il possibile con quello che si ha. Qui il traino è la Federazione, altrove sono i piccoli club che hanno una storia e una base molto più solida di noi. Qui stiamo cercando di costruirla, ma non è facile”.

Leggi tutta l’intervista a Tommy Castello su OA Sport.

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