Rugby femminile: figlie di un Dio minore anche oggi?

Mentre si dibatte sulla ripartenza dello sport e del rugby maschile, le ragazze vivono in un pericoloso limbo. E i Mondiali sono alle porte.

Dovevano sfidare la Scozia a Legnano, ma l’emergenza Covid-19 ha fermato le azzurre a poche ore dalla discesa in campo. Da quel momento il rugby rosa si è fermato. Quello di alto livello, la nazionale di Andrea Di Giandomenico, ma anche quello di base, con il campionato italiano. E in tre mesi di dibattito attorno alla ripartenza dello sport – e del rugby – della palla ovale femminile non si è parlato.

Ieri sulla pagina Facebook Ladies Rugby Club è stato lanciato un preciso j’accuse. “In questi giorni si parla molto di ripartire. In lungo ed in largo nella nostra penisola questa sembra essere la parola d’ordine. Immagini di ragazze che si muovono in ordine sparso sui campi a distanza di sicurezza… E null’altro. Noi abbiamo provato a chiedere in giro chi ci sarà e come pensa di poterci essere, quando prima o poi il campionato tornerà. Se ci sono progetti, vision, modelli o ipotesi di sviluppo, risorse. In poche parole progetti concreti” scrive Lorenzo Cirri, allenatore e anima del blog dedicato al rugby femminile.

“Di rugby femminile invece non si parla, relegando il tutto ad una sorta di torneo amatoriale da giocarsi prima o poi. Eppure da questo torneo escono le ragazze che fanno faville nel Sei Nazioni e che a breve dovranno giocarsi la qualificazione alla Coppa Del Mondo. Dopo tutto quello che hanno fatto vedere in questi mesi “pur virtualmente” le nostre ragazze e prima ancora sul campo in Italia ed Europa, la risposta: “intanto guardiamo di ripartire poi si vedrà…”, ci dispiace ma non la accettiamo più” conclude Cirri.

Il rugby femminile, ancora una volta, è l’ultima ruota del carro. Si è fermato nel disinteresse generale e non si sa quando e come ripartirà. Sempre nel disinteresse generale. Peccato che le azzurre si siano dimostrate in questi ultimi anni una nazione di altissimo livello nel Sei Nazioni. Peccato che le azzurre, ma ci sono esempi anche in Serie A, sono (o meglio sarebbero, visto il silenzio che le circonda) dei personaggi mediatici vincenti (leggetevi le mie interviste a Giada Franco, Sara Tounesi, Valentina Ruzza e le altre azzurre e capirete di cosa parlo). Peccato che a settembre ci sarebbe il torneo di qualificazione ai Mondiali e le azzurre rischiano di arrivarci dopo sei mesi di stop.

Ma attenzione. Perché è facile puntare il dito solo contro la Fir. La quale, sicuramente, ha le sue (tante) colpe, ma non è l’unica. Non sono da meno le società, che ancora oggi troppo spesso vedono il settore femminile solo come un inutile costo aggiuntivo, né lo sono i colleghi che snobbano il rugby in rosa, forse perché non è pieno di ragazze da copertina come certi sport femminili più mediatici. Come ha detto Ilaria Arrighetti in una delle interviste di cui vi parlavo, “Bisogna far capire che non è uno sport per maschi, ma per tutti“. E che tutti, e tutte, hanno diritto a programmazione, investimenti e visibilità. Soprattutto se parliamo di una squadra vincente.

Foto – Stefano Delfrate

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