Italdonne: Valentina Ruzza “Le critiche dei nostri genitori ci hanno fatto crescere”

La seconda linea azzurra racconta il difficile periodo, ma parla anche dell’evoluzione del rugby femminile in Italia e dell’importanza di che tipo di genitori si hanno alle spalle nello sport.

La seconda linea dello Stade Français e della Nazionale italiana femminile di rugby Valentina Ruzza racconta in un’intervista esclusiva a OA Sport come sta vivendo questo periodo di stop dello sport a causa dell’emergenza sanitaria. Parlando del suo lavoro, della famiglia, del rugby in Francia e in Italia e di cosa serve per crescere ancora.

Valentina, prima domanda ormai scontata in questo periodo. Come sono andati questi mesi di quarantena, cosa hai fatto? Sei riuscita ad allenarti?

“Sto bene, grazie! Io non vivo in centro Parigi, ma nella periferia sud. Qui si è sentito meno il lockdown, anche se per me c’è stato. Io facevo smartworking da casa, uscivo poco, ma la gente andava in giro tranquillamente, si sentiva molto meno la paura rispetto all’Italia. Hanno solo chiuso le strutture per fare sport, ma basta. Io faccio la traduttrice, mi occupo della parte italiana di un sito internet e quindi ho potuto lavorare da casa in questo periodo, anche se – al di là dell’ora di mezzi pubblici – preferisco lavorare in ufficio, dove riesco a gestire tutto, mentre in casa alla fine finivo di lavorare fino a tardi. Mi sono allenata qui in casa, ho preso degli attrezzi su Amazon, se no non potevo fare nulla. Campo e palestra non erano disponibili, ma non mi fidavo neanche di uscire a correre vista la situazione”.

Valentina, tu sei classe ’92, mentre tuo fratello Federico è del ’94. Si può parlare del primo caso – in Italia – di una rugbista che ha fatto da apripista al fratello nel mondo ovale?

“In realtà ha iniziato prima lui grazie a un compagno delle elementari e l’ho seguito io. Io facevo nuoto all’epoca e durante una partita mi invitarono a provare a giocare nell’Under10 e mi sono appassionata subito. Poi, come ben sai, le ragazze arrivano prima in nazionale maggiore, non avendo le juniores, e quindi da un lato lui si è ispirato a me, almeno così dice lui. Consigli, però, non me li ha mai chiesti, almeno non direttamente”.

Pur essendo cresciuti in una zona d’Italia ovale, quindi, non avete seguito i passi di papà o mamma.

“No, ma va detto che siamo una famiglia da sempre molto sportiva. Loro giocavano a pallavolo, ma non sono quei genitori che forzano i figli a seguire le loro passioni, anzi, ci hanno lasciato la libertà di provare. Come detto, io facevo nuoto da piccola, mentre fino a 6 anni Fede non praticava sport. Poi abbiamo conosciuto il rugby grazie a un suo amico e anche i miei si sono appassionati. Mamma e papà hanno studiato tutte le regole del rugby e fanno dei tour de force per riuscire a vederci entrambi. Forse, se siamo riusciti a emergere, è anche per questo. I miei genitori non ci hanno mai fatto pressioni, non ci hanno mai voluto dipingere – né in casa né fuori – come dei campioni, come fossimo i migliori, anzi ci hanno sempre spronato a fare meglio. Certo, come ogni mamma o papà dentro di loro erano convinti che fossimo perfetti, ma fuori hanno criticato quando c’era da criticare e ci hanno guidati”.

Leggi tutta l’intervista a Valentina Ruzza su OA Sport.

Foto – Stefano Delfrate

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