Racconti ovali: Lo spogliatoio

Per passare un po’ di tempo in questi momenti difficili, un racconto di rugby. Forse…

Eccomi.
Ansia.
Sono qui.
Terrore.
Quattro mura bianche.
Gioia.
Panchina di ferro.
Vertigine.
Mancano pochi minuti.
Salivazione azzerata.
Battito cardiaco in rapida salita.
Il gran giorno è arrivato. Non pensavo giungesse mai. Lo vedevo come traguardo illusorio e illusionista. Frutto della fantasia di un ragazzo illuso che voleva diventare illustre. Illuminazione. Un miraggio nel deserto della mia vita. Ed eccolo qui. È giunto. D’improvviso. Quasi inaspettato. Mi guardo in giro un po’ scombussolato anche se la mia bussola indica Nord. Quattro mura bianche. Sporche. Pezzi d’intonaco che si staccano dal soffitto. Crepe nelle pareti dovute all’umidità intorno a me. Sento nell’aria l’odore stantio e acre del sudore dovuto ad anni di fatiche rapprese. Sofferenze e dolori. Vittorie e sconfitte. Vita e morte. Mischie chiuse e corse all’aperto. Chiudo gli occhi. Assaporo ogni attimo che passo qui dentro. Nei sotterranei dello stadio. I miei nuovi compagni mi hanno fatto coraggio. Mi hanno detto che è normale essere nervosi all’esordio. Che anche per loro è stato così. “La prima volta è sempre speciale” continuavano a ripetermi. Guardavo i loro volti adulti. Maturi. Segnati da anni a calcare terreni di gioco. Bambini cresciuti in fretta. Fuori. Bambini che non vogliono crescere. Dentro. Pacche sulle spalle. Sguardi pieni di comprensione. Sentivo la loro forza e il loro coraggio e per reazione mi sentivo piccolissimo. Un nano che soffre d’onanismo ritenendosi inopportuno in quel luogo di giganti. Autoerotismo sportivo. Masturbazione agonistica. Ma loro no. Ero uno di loro. Ero uno della squadra. La squadra. Li avevo visti tante volte. Dal di fuori. Avevo sentito delle loro gesta. Dei loro successi. Delle loro sconfitte. Vita e Morte. Morte e Vita. E ora. Ora ero uno di loro. Ero qui con loro. Pronto per la sfida al loro fianco. Loro si erano già avviati sul campo. Pronti a iniziare. Io avevo chiesto di restare un altro paio minuti solo. Qui. Per trovare la forza. Per trovare il coraggio. Per gustarmi nel silenzio della solitudine gli ultimi attimi prima dell’inizio della mia nuova vita. Seduto su questa panca. Il freddo del ferro battuto che passa attraverso i tessuti. Rigido scranno. A cavalcioni sulla listarella di metallo. Il capo chino. Gli occhi chiusi. Le mani sulle tempie che battono forte. Goccia di sudore che scende lentamente lungo la schiena. L’acido lattico batte forte nei miei muscoli. Irrigiditi come alla fine di una finale che sembra non avere mai fine. Temo di non riuscire a muovermi quando entrerò in campo.

Sono teso.
Nervoso.
Ma anche felice e sollevato.
Da lontano. Quando si apre una porta. Sento il brusio della folla sugli spalti. So che le tribune sono gremite. Migliaia di spettatori che mi vedranno giocare. Vedranno le mie gesta. Si emozioneranno. Resteranno delusi. Applaudiranno. Fischieranno. Tiferanno. Inciteranno il mio nome. I sentimenti sono sempre così contrastanti e confusi. Lo sono per loro. Spettatori paganti di uno spettacolo impagabile. Lo sono per i miei compagni. Abituati a queste sfide che però si rinnovano di volta in volta facendo ritrovare la verginità perduta. E lo sono per me. Vorrei scappare. Fuggire da queste quattro mura. Non posso. Sono bloccato qui. L’unica strada che posso percorrere è quella che porta al campo. Ma allo stesso tempo non vedo l’ora di calcare il campo. Di mettermi in discussione. Di vedere se posso competere con i miei avversari e i miei compagni. Sentimenti confusi e contrastanti.
Questions with
No answer
In the life
Of an eremit
Always walking
On the border
Of disperation.
Respiro di nuovo a pieni polmoni. L’odore delle sfide passate entra violento nelle mie narici. Zaffate di vita vissuta attraversano veloci il mio sistema nervoso. Arrivano forti nel mio cervello. Un colpo secco alle sinapsi anestetizzate dalla paura. Una scossa che attraversa il mio corpo. Elettroshock. Fa fremere i miei muscoli. Spasmi. Ho la pelle d’oca. Chiudo gli occhi e rivedo anni di battaglie. Sfide all’ultimo sangue. Partite giocate fino allo stremo delle forze. È questo ciò che mi aspetta. È questo che ho deciso di essere. La vita ti lascia scegliere. Non esiste il destino. Non esiste un piano superiore che assegna a ognuno di noi un ruolo. Niente colpe della Società. Siamo noi. Solo noi che decidiamo. Potevo fare tante cose nella vita. Ma ho scelto questa. Consapevole. Coerente. Nessun pentimento. Nessuna remora. Ora ne faccio parte anch’io. Anch’io combatterò. Lotterò. Correrò fino allo sfinimento per il risultato. La vittoria. Nella mia mente passano i volti dei campioni passati. Dei fenomeni che hanno calcato questo terreno prima di me. Che hanno assaporato l’eccitazione della sfida. Che sono entrati di diritto nella Storia. Miti mitizzati da folle di mitomani mai miti. Da sempre la mia meta. La mia metà invece sarà sugli spalti ad acclamarmi. Amore e Odio. Vita e Morte. Questo è lo sport.

Passione.
Esaltazione.
Esagerazione.
Sentimenti fortissimi.
Sono anni che mi preparo. Non ricordo neanche più quando ho iniziato. Le corse. Gli allenamenti. La sveglia all’alba. Le diete ipercaloriche. Le diete ipocaloriche. Allenamenti in alta quota. Corse in riva al mare. Pesi. Palestra. Sedute di defaticamento. Stretching. Nuova dieta iperipocalorica. Preparatori atletici. Ritiri estivi. Migliorare la tecnica. Imparare la tattica. Schemi. Fantasia. Cervello. Muscoli. Tutto per uno scopo. Sapevo che sarei giunto qui. Era nel mio DNA. Era nella mia Storia. Sapevo che non potevo andare contro il mio destino. Il destino non esiste. Era una scelta. Mia. E quindi mi sono allenato fin da allora. Sofferenza. Traumi. Delusioni. Compromessi e rinunce per poter arrivare fin qui. Non sapevo quando e come sarebbe successo. Ma sapevo che ero predestinato. Questo era il mio palco. Un palco a livello terra. Un palco sulla terra. Un palco di terra e polvere per non tornare a essere terra e polvere. Polvere di stelle. Stelle che velocemente cadono nella polvere. Questo era il luogo dove sarei apparso un giorno. E quel giorno era arrivato.
Oggi.
Qui.
Adesso.
Mi sollevo a fatica da questa panchina. Le gambe mi tremano. Molli. Temo di non muovermi. Cerco di fare un passo. Un passo ancora. Un altro. Il tremore si trasforma in leggerezza. Mi avvicino alla porta. La apro. La mano sulla maniglia sembra un pezzo di carne staccato da me. Sensazioni allucinogene. Guardo quelle dita d’improvviso sconosciute stringere il pomello. Lo vedo girarsi. Cardini che cigolano. Il rumore dagli spalti che aumenta.
Aperta.
Esco.
Corridoio.
Passi felpati.
Perché mi viene in mente il termine felpati?
Non lo so, non c’entra nulla con la situazione.
Mente annebbiata.
Il corridoio è buio. Anche qui odore stantio di vita vissuta. Sudore rappreso nell’intonaco marcio. Ansia pennellata assieme al colore sui muri. Luce fioca. I miei passi nel silenzio. Sono solo. In fondo vedo l’uscita. Gli spalti. Gremiti. I cori. Forti. Il prato. Verde. È il mio ballo delle debuttanti. Il mio primo giorno di scuola. La perdita della verginità nello sporco scantinato di mio padre. La ritrovata verginità di un uomo non più bambino. Battito cardiaco. Tum Tum. Tum Tum. Sudorazione. I cori si fanno più insistenti. Il livello acustico è alle stelle. Il mio cervello è in stallo. Io sono in una stalla. Gesù Bambino senza l’asinello e il bue. Solo. Cammino seguendo la mia stella cometa. Terrore di essere io la cometa in questo spettacolo. Apparire e scomparire. Bagliore improvviso che muore in fretta. I miei passi nel corridoio rimbombano. Il muro scorre di fianco a me come a rallentatore. Moviola in diretta dei miei sentimenti. Zumata sulle mie emozioni. Mi ricorda un incubo che avevo da bambino. Io che camminavo. In un corridoio buio. Sconosciuto. In fondo vedevo la luce. Ma più camminavo più la luce non si avvicinava. Piangevo nel sogno. Tremavo di paura. Anche ora. Adulto e sveglio. Tremo di paura. Un inferno che si sta trasformando in sogno. Un sogno che è diventato realtà. Le urla dal campo aumentano. Sento i tifosi. I cori. Battono i piedi sulle gradinate. La tensione è altissima. Lo show sta per iniziare. Mi avvicino sempre più all’uscita.

La luce.
La folla.
Li vedo.
Esco.
Vertigini.
Sento la nausea crescere in me. Sono tantissimi. La testa mi gira. Io giro la testa intorno a me. Una folla. Immensa. Non c’è un posto vuoto. Colori. Urla. Vedo la tribuna d’onore. Gente più composta. Non per questo meno agitata. Striscioni inneggianti. Sberleffi avvilenti. Cosa ci faccio io qui? Cosa mi ha portato in mezzo a migliaia di esseri umani urlanti? Perché inneggiano a me? Chi sono? Non mi conoscono eppure mi applaudono. Non mi hanno mai visto eppure mi acclamano. Non sanno chi sono eppure hanno fiducia in me. Li deluderò. Lo so già. Non sono un campione. Le gambe mi tremano fortissimo. Fatemi uscire. Fatemi andare via. Io non ho nulla a che fare con i miei compagni. Non sono come loro. Sono solo un giovane come tanti altri. Non merito di entrare nel tempio. Perché mi acclamate come un Dio. Gli dei sono altrove. In alto. Sopra le nostre teste. Acclamate loro. Raccomandatevi a loro. Accendete un fuoco perenne in loro onore. Non guardate giù. Non su questo terreno. Non me. Non sono una divinità. Sono solo carne e ossa. Sangue e sudore. Muscoli e nervi. Pure poco cervello. Lo ammetto. Se no. Non sarei qui. Sono mortale. È immorale deificare un mortale. Anche defecarlo non è granché però. Sdrammatizzare. Peccato divino. Peccato divino di massa. Blasfemia collettiva. Perversione legalizzata. Continuo a girarmi intorno. La nausea cresce a ogni spettatore che le mie pupille inquadrano. Troppi. E io qui. Angoscia crescente.
Respiro profondo.
Occhi chiusi.
Concentrazione.
Rilassati.
Cavoli.
Rilassati.
È arrivato il momento. Lo stadio quasi all’unisono si zittisce. Un silenzio irreale. Come direbbero i pessimi cronisti. Ottantamila persone in silenzio. Centosessantamila occhi fissano immobili il campo. Stanno per entrare i nostri avversari. La tensione cresce. Tra poco avrà inizio la sfida. Mancano pochi attimi. Mi volto verso il sottopassaggio. Mi manca il fiato. Ritorna la nausea. Riecco i sudori freddi lungo la schiena. Le gambe mi stanno abbandonando. Tremanti. Molli. Il cervello di nuovo in tilt. Mi aggrappo a un compagno per non cadere. Eccoli. Arrivano. Li vedo emergere dal buio. Escono dal buco nero come esseri infernali. Uno alla volta. Lentamente. In fila. Si muovono piano piano verso di noi. Il pubblico li guarda. Il pubblico trattiene il fiato. Loro si guardano in giro. Anche loro come me colpiti dalla folla che li aspetta. Eccoli. Siamo pronti a iniziare la sfida.
Chiudo gli occhi.
Li riapro.
Le quindici bellissime Fiere sono davanti a me.
È ora di iniziare.
L’imperatore vuole il suo spettacolo.
Questo è il Circo.
E io sono solo uno schiavo.
Sono solo l’ultimo tra i gladiatori.

SOSTIENI R1823 CON UNA DONAZIONE

R1823 è da sempre gratuito, basandosi sulla raccolta pubblicitaria che, però, è sempre più difficile, soprattutto in questo periodo storico. Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il lavoro di R1823 sostenendo questo blog. Puoi lasciare una piccola donazione su Paypal (dona).

Un commento su “Racconti ovali: Lo spogliatoio

  1. grazie per aver condiviso questo racconto. Tanti di noi magari nel piccolo della propria esperienza, ma hanno provato quel nodo allo stomaco

Rispondi