6 Nazioni 2020: Bortolami “Italia, riparti dai giovani e dal campionato”

Federico Falcone ha intervistato per R1823 l’ex capitano azzurro e assistant coach di Treviso. Che parla di Nazionale, ma anche di Accademie, Pro 14 ed etica del lavoro.

Per la nostra nazionale il Sei Nazioni è in salita. Come da tradizione. Stavolta più del solito, però. Ci avviciniamo al torneo con un bagaglio di dubbi, incertezze e problemi irrisolti che non lascia particolarmente sereni o fiduciosi. Non nascondiamoci, gli azzurri non avevano particolari ambizioni prima, non possono averne adesso. Arriviamo al ventennale della nostra partecipazione al torneo continentale con il lento addio di capitan Parisse che ha espresso il desiderio – giustamente e doverosamente accolto – di salutare la maglia azzurra di fronte al suo pubblico. A ciò si aggiunga l’aver virato su un head coah (Franco Smith) dopo che i piani originali sono sfumati. Il sudafricano era stato chiamato per sostituire Mike Catt nel delicato ruolo di tecnico dell’attacco e si è, invece, ritrovato a prendere il posto del gallese Rob Howley, viceallenatore nel Galles di Warren Gatland, finito sotto indagine per scommesse. Pesano (peseranno?) le incertezze federali, gli sbalzi di umori post Coppa del Mondo, i possibili problemi di leadership in campo e l’inevitabile pressione che graviterà attorno a un team chiamato a vincere almeno una partita per non portare a casa il quinto cucchiaio di legno consecutivo. Ne abbiamo parlato con Marco Bortolami, 112 caps con la maglia azzurra e assistente allenatore al Benetton Rugby.

“Il mio auspicio è quello di assistere all’inizio di un ciclo. Ci sono le condizioni ideali perché ciò accada. Smith era già stato firmato, questo lo sappiamo, ma l’idea originaria era quella di affiancarlo a Conor O’Shea oppure a chi lo avrebbe succeduto. Credo sia la persona giusta perché ha grande personalità ed esperienza, fattori che in questa fase sono indispensabili per ripartire con serenità. Sia con Treviso che con i Cheetahs ha dimostrato di avere le carte in regola per sviluppare un progetto in grado di far salire di livello un team. In un momento di rinnovamento come questo è indubbiamente la persona più indicata e, anche grazie al suo carisma, avrà sicuramente un impatto forte”.

Con l’addio di Parisse viene meno una leadership indiscussa e difficilmente sostituibile. Quanto peserà questa condizione?

Dovranno necessariamente emergere altri leader. Sergio ha avuto la fortuna di giocare a lungo e nell’ultimo periodo il suo talento gli ha permesso di rimanere nella nazionale. La stessa che, però, ci sarà anche dopo di lui. Ci sono ragazzi di prospettiva e competenze tecniche che possono mettere il gruppo nelle condizioni migliori per arrivare a gestire la transizione. Tutti i team hanno avuto difficoltà a ritrovare un leader di spessore, dopo aver perso quello storico. Solo la Nuova Zelanda è riuscita a far fronte a questo ricambio, passando da Richie McCaw a Keiran Reid. Tutte le altre hanno sempre faticato. Pensiamo all’Inghilterra dopo il 2003, da Martin Johnson si sono succeduti molti capitani e tanti non sempre all’altezza. Quando uno come Sergio passa la palla qualcun altro dovrà farsi avanti. E’ un problema delicato, certamente, ma è necessario che colui che prenderà in mano la squadra si prenderà il giusto spazio. E con lui anche lo staff. E’ un lavoro corale.

Tra le croniche criticità azzurre c’è la tenuta mentale, non sempre impeccabile. Con O’Shea c’è stato realmente quel cambio di marcia tanto acclamato?

E’ una domanda difficile, soprattutto per me che non ero a contatto con lo staff tecnico. Non essendo presente ai raduni ascoltavo solo ciò che veniva comunicato. Non ho un metro di giudizio interno, quindi. Posso dire che nella mia carriera da giocatore e allenatore la mia visione è cambiata molto nel corso degli anni. Per me esprimere leadership è rappresentare un valore aggiunto per le persone che ti sono attorno, altrimenti non sei un vero leader. Noi latini siamo abituati ai capitani che si sbracciano, che sono plateali, diretti.

Non sembri molto convinto che questo possa essere l’approccio migliore…

E’ vero, ho dei dubbi. Si deve lavorare a stretto contatto con i giocatori e un capitano moderno deve essere in grado di saperlo fare, esattamente come allenatore e staff. In questo momento la squadra non ha aspettative e grandi pressioni ed è cosciente della difficoltà delle partite che dovrà affrontare. Spesso è questa la condizione ottimale per costruire qualcosa. A volte ci raccontiamo belle storie ma alle difficoltà, quelli reali davvero, tutto si scioglie. La situazione attuale mi ricorda molto da vicino quella di quando ero più giovane e abbiamo iniziato il ciclo all’inizio degli anni duemila dopo i vari Giovanelli e Troncon. Che, però, non ha avuto seguito.

A cosa ti riferisci?

Nell rugby italiano ci sono stati salti generazionali perché c’è stata un’importante qualità di giocatori in grado di garantire la copertura di molti ruoli per molto tempo. Questo ha rallentato il ricambio. Dopo Dominguez si è stentato a trovare un nuovo 10 all’altezza. Stesso discorso dopo Bortolami e chissà che non accada con Parisse Ma gli eredi ci sono. Bisogna creare le giuste condizioni per il ricambio e avere la lungimiranza di dare opportunità ai giovani, aiutandoli a crescere. La Celtic è utilissima e direi imprescindibile. I giocatori ci sono e possiamo evitare che ci siano dei grossi buchi a livello generazionale.

Alla luce di ciò che hai appena dichiarato, cosa è realmente imprescindibile, la Celtic o le Accademie?

Le accademie. Soprattutto negli ultimi tre anni hanno “creato” giocatori con un’etica del lavoro molto alta. Questo è uno step fondamentale per fare il salto di qualità. Bisogna sviluppare un qualcosa capace di instillare nei ragazzi la coscienza che il lavoro e il sacrificio sono conditio sine qua non per ragionare ad alto livello. Altrimenti i giocatori che arriveranno saranno bruciati poiché non avranno avuto l’abitudine nell’approcciare al massimo livello di competitività. Le accademie, da questo punto di vista, rappresentano un passo in avanti. Non possiamo fare meglio di così. La sfida è recuperare il tempo perso.

Da dove inizieresti per recuperare il tempo perduto?

Dalla competitività del campionato italiano che è alla base del nostro movimento. Dobbiamo focalizzarci sulle risorse che i giocatori italiani rappresentano e dimenticarci qualche straniero non in grado di fare la differenza. Ridurrei al minimo gli stranieri, tesserando solamente quelli capaci di garantire un valore aggiunto. L’interlocutorio tra campionato italiano e Sei Nazione deve essere la Celtic. Chiunque ipotizzi che il campionato italiano possa essere il giusto preambolo per essere competitivi al Sei Nazioni sbaglia alla grande. Da un punto sportivo la Celtic è imprescindibile per noi come per gli altri paesi. Non vedo cosa altro potrebbe servirci. Serve l’etica del lavoro.

Quanto pesano le incertezze federali?

Ragiono da giocatore, anche se ho smesso da qualche anno. Ricordo ancora bene tutte le sensazioni precedenti a una partita. Gli aspetti politici non entrano nella testa dei giocatori e nel microcosmo della squadra. Tutto ciò non deve pesare sulla condizione mentale dei giocatori.

Venti anni di Sei Nazioni: quali sono i tuoi ricordi più belli sia da giocatore che da appassionato?

Ce ne sono stati diversi, come la prima partita vinta contro la Scozia. Oppure nel 2007 quando abbiamo vinto per la prima volta in Scozia e successivamente col Galles. Quei successi ci hanno proiettato alla Coppa del Mondo dove siamo arrivati a soli 3 punti dalla qualificazione al turno successivo. Quella fase ha dato una spinta incredibile a tutta la promozione giovanile del rugby. Ora ci sono i giocatori che sono cresciuti con quella nazionale e stanno arrivano alle accademie e ai margini della nazionale. Quel momento è stata un’accelerata da un punto di vista mediatico. Eravamo un gruppo partito nel 2001 e che, nel giro di 5/6 anni, è riuscito a ottenere buoni traguardi.

Foto – Benetton Treviso

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