Rugby Italia: Venditti “Il movimento va cambiato, ecco perché mi metto a disposizione”

L’ex ala azzurra sabato ha annunciato il suo appoggio al “Sedicesimo Uomo” in vista delle prossime elezioni federali. R1823 lo ha intervistato per capire i perché di questa scelta.

Sabato, con un post sulle sue pagine social e sulla pagina FB del Sedicesimo Uomo Giovanbattista Venditti ha annunciato la sua discesa in campo in vista delle elezioni federali che si terranno quest’anno. L’ex ala azzurra, che pochi giorni fa aveva chiuso la sua avventura in campo con le Zebre, ha spiegato nel suo lungo post le motivazioni di questa scelta. R1823 ha chiacchierato con Giamba per far capire meglio cosa lo ha spinto a questa scelta e quale sia la sua idea del futuro del rugby italiano.

Per chiarezza: molti già sanno che anche l’autore di questo blog appoggia il Sedicesimo Uomo. Per chi, dunque, reputasse questa intervista in conflitto d’interesse viste le posizioni di R1823 non posso che dire che sì, è vero, io e Giovanbattista Venditti facciamo parte delle stessa squadra. Ma non lo nascondiamo e ci mettiamo la faccia senza far finta di essere altro da ciò che siamo. Ecco, dunque, le parole di Venditti.

Giovanbattista, pochi giorni fa l’annuncio, doloroso, dell’addio al rugby giocato e ieri, a sorpresa, il tuo appoggio al Sedicesimo Uomo. Come è maturata questa scelta?

Il mio appoggio al Sedicesimo Uomo nasce dal fatto che, secondo me, c’è tanto da perdere nel rugby italiano e un cambiamento va fatto. Io sono da sempre in questo mondo, il rugby mi ha dato tantissimo e credo che, citando il discorso di Kennedy, la domanda sia cosa puoi fare tu per il rugby?
Vivendo le cose dall’interno ti accorgi di quanto un piccolo cambiamento possa influenzare anche in maniera importante la vita di un giocatore o di una squadra. Anche i miei studi, al di là del titolo accademico, in questi anni si sono concentrati proprio sul management sportivo, sulla gestione. Fuori dal campo c’è tanto da fare, servono competenze, sono le persone e le idee giuste a poter cambiare le cose.
Seguendo questo mio principio ho ritrovato nel Sedicesimo Uomo quell’affinità con le persone che ne fanno parte e con i valori in cui ognuno di noi crede che hanno reso facile questa scelta. Qui non ci sono guerre da fare né vendette da pianificare, semplicemente mettersi a disposizione, ognuno secondo le proprie competenze, per migliorare la situazione che va migliorata. Ci ho provato da giocatore, senza mai nascondere le mie idee e credo che anche per coerenza sia giusto provarci ora che non gioco più.

Su Facebook hai scritto che un giocatore maturo è soprattutto un uomo più attento alle dinamiche fuori dal campo. Dinamiche che hanno portato al tuo addio alle Zebre, ma dinamiche che vanno oltre i singoli. ‘’Troppe mancanze, troppi tratti torbidi, lo sport che diventa un’altra cosa’’ hai scritto. Cosa non ti piace del rugby italiano di oggi?

Il rugby italiano oggi non ha raggiunto dei risultati positivi, però vivendolo all’interno certe volte la sensazione era come se dovessimo andare a giocare contro delle corazzate giganti armati di stuzzicadenti. Se abbiamo ottenuto, quindi, delle vittorie vuol dire che qualcosa meglio degli altri sappiamo fare e, dunque, dobbiamo partire dal presupposto che non è tutto da buttare. Cercare di mettere i giocatori nelle condizioni ideali magari colmerebbe alcune delle lacune che abbiamo nei confronti degli altri. Quello che non mi piace nel rugby italiano di oggi è questa mancanza di attenzione all’uomo. Finché si gioca va bene, ma gli ottanta minuti in campo sono influenzati da una miriade di cose, quindi se una società o una Federazione vuole alzare il livello di quegli 80 minuti di gioco deve pensare a questo, deve pensare all’uomo che è il giocatore. Deve pensare alla sua formazione umana, anche scolastica, ma devono essere cose vere, concrete, un appoggio nella crescita di un giocatore che oggi non c’è. Abbiamo avuto giocatori che sei mesi prima erano capitani ed emblemi azzurri e sei mesi dopo erano dimenticati dal movimento e da chi lo guida. È chiaro che lo sport è meritocratico e il campo è un giudice severo, ed è giusto che un giocatore che non è più a un certo livello lasci spazio ad altri giocatori, ma il nostro è un mondo talmente piccolo che ci sarebbe bisogno di tutti. Giocatori con quell’esperienza sono una risorsa. La chiarezza dei ruoli è fondamentale, in campo e fuori.

Nato nel ’90, hai iniziato a giocare a nove anni, cioè proprio in quegli anni in cui l’Italia entrava nel Sei Nazioni. Nel 2006 passi alla Capitolina, poi l’Accademia Federale, Celtic League con gli Aironi e il 4 febbraio 2012 esordio in azzurro. Insomma, la tua carriera è coincisa con il boom del rugby in Italia, dall’ingresso nel Sei Nazioni alla creazione delle accademie fino alle franchigie celtiche. Dove, dalla tua esperienza, si è inceppato il meccanismo?

È vero, man mano che avanzava la mia carriera nascevano cose nuove e sono sicuramente stato molto fortunato. Il problema, però, per esempio è che quando sono entrato in Accademia questa era una sola, per quelli che in teoria erano i migliori trenta giocatori d’Italia. L’obiettivo era di migliorare il singolo giocatore e non creare affiatamento in una squadra. Poi, però, sono aumentate le accademie, è cambiato il sistema, ma secondo me non è stato giustificato da un numero maggiore di potenziali giocatori. Per aumentare il livello serve ampliare la base, e soprattutto si deve saper lavorare con calma, gestendo i ragazzi delle giovanili senza perderli. Bisogna, dunque, saper riconoscere un talento a 15 anni, ma anche saperlo attendere che sbocci, magari a 18. Un sistema non può affidarsi alla fortuna, un sistema deve trovare avere una logica una struttura tale da permetterti di trovare giocatori pronti a 15, 16, 17 o 18 anni, perché essendo tutti individui diversi si matura anche con tempi diversi. Dev’essere un sistema aperto che non faccia perdere nessuno, perché siamo un movimento così piccolo che non può permettersi di perdere qualcuno per strada, sia durante il percorso di formazione e selezione, sia da seniores e a fine carriera. Non parlo solo in campo, ma anche dopo, ma questo è un altro tema da affrontare.

Proprio su questo argomenti, nel tuo post di sabato scrivi che ’’chi avrebbe dovuto creare le condizioni di crescita migliori per noi giocatori ha pensato ad altro’’ e poi che ’’temi come la formazione dei giocatori e la costruzione di atleti e persone migliori hanno bisogno di un nuovo disegno, i tempi cambiano velocemente e le innovazioni nello sport vanno ancora più spedite. I ragazzi vanno accompagnati in un percorso più completo e complesso, non misurati al chilo e con la riga’’. Credo tu ti stia riferendo a questo con l’ultima frase prima. Cosa è mancato e cosa credi serva per ’’creare uomini migliori’’ come scrivi sempre su Facebook?

Come ho detto, i giocatori non vanno persi per strada, anche dopo la carriera sportiva. Proviamo ad immaginare se tutti i giocatori che hanno smesso negli ultimi 5 anni avessero avuto l’opportunità, attraverso un percorso formativo, di rientrare subito nel mondo del rugby come allenatori, nutrizionisti, preparatori, video analyst, fisioterapisti, massaggiatori, team manager. Avremmo gente preparata e che viene dal nostro mondo. Essere ex rugbisti è un plus importante, ma rimane pur sempre un plus; non basta aver giocato a rugby per essere pronti a occupare altri ruoli. Quando dico che i ragazzi vanno accompagnati in un percorso più completo, poi, intendo che con il rugby non ci si mangia tutta la vita e quindi penso che sia un obbligo da parte della Fir non illudere i ragazzi e le loro famiglie. Ti faccio un esempio. Mi è capitato di incontrare genitori che volevano avere la mia opinione su loro figlio che faceva l’università e l’aveva lasciata per trasferirsi a giocare in una squadra di serie A o addirittura B. Che senso ha sacrificare una formazione e un futuro per una cosa che invece futuro non ce l’ha? E questo non significa impegnarsi meno perché si guadagna meno o perché si gioca in una serie minore, conosco tantissimi ragazzi che giocano per puro divertimento eppure il loro spirito di sacrificio e rispetto per la maglia è altissimo; però con un’organizzazione giusta si può – e si deve – portare avanti sia un percorso formativo sia uno sportivo. E questo non deve venire dalla volontà di un giocatore o dalla famiglia, ma dovrebbe nascere dalla Federazione. E deve valere a ogni livello, non solo per i giocatori d’élite. Non è impossibile, perché la forma mentis di uno sportivo è tale che può riuscire sia nello sport sia nello studio, la disciplina è un’arma incredibile. Ma un percorso simile va strutturato e va facilitato.
Perché uno sportivo, con i suoi valori e la sua mentalità è un valore aggiunto alla società. L’articolo 6 dello statuto del Comitato Olimpico Nazionale Italiano recita che il CONI detta principi per assicurare che ogni giovane atleta formato da Federazioni sportive nazionali, Discipline sportive associate, società o associazioni sportive ai fini di alta competizione riceva una formazione educativa o professionale complementare alla sua formazione sportiva.
Una Federazione deve ambire a questo, perché non c’è niente di più brutto che vendere principi e poi non essere coerenti con questi. Per anni il rugby si è posto, dal punto di vista valoriale, su un gradino più alto rispetto ad altri sport, ma, chi si mette su un piedistallo fa un tonfo ancora più grosso se non vivi e agisci in linea con questi valori. Io sono convinto che il rugby non sia uno sport migliore di altri, ma differente sì.

Tu hai giocato una stagione a Newcastle, un’esperienza che hai sempre dichiarato molto bella. Hai, insomma, vissuto il rugby britannico dall’interno. Cosa può imparare l’Italia dall’esperienza britannica secondo te? Quali sono le differenze più marcate?

L’esperienza in Inghilterra è stata grandiosa, sia da un punto di vista sportivo sia umano. Le grosse differenze possiamo dividerle in due: quelle tecniche e quelle fuori dal campo. Ricordo benissimo la differenza negli allenamenti, la differenza nella preparazione delle partite, dove eravamo tantissimi giocatori eppure l’organizzazione della settimana era sempre studiata nei minimi dettagli e rispettata. Avevamo sempre l’Academy con noi, così i giovani potevano imparare, poi fare i loro allenamenti specifici e i loro campionati di categoria. Questi ragazzi avevano delle giornate assurde, ma il gioco valeva la candela e i ragazzi facevano volentieri tantissimi sacrifici. Da noi, invece, per esempio la gestione dei permit in passato era tale che spesso i club di eccellenza fanno fatica a rilasciare i ragazzi e addirittura alcuni giocatori non avevano un vantaggio ad andare nelle franchigie perché mancava quell’organizzazione anche riguardo eventuali infortuni. Il compito della Federazione dev’essere quello di gestire tutte queste situazioni per lasciare al giocatore solo il pensiero di giocare, di allenarsi e migliorare. In Inghilterra, dunque, c’erano ruoli chiari e, in più, in campo si stava poco, con allenamenti corti, riunioni veloci, dove si era più concentrati rispetto ad allenamenti o riunioni fiume. Dal punto di vista umano invece, c’è un’attenzione che guarda anche alle piccole cose, anche all’accompagnare la famiglia che viene a vivere lontano da casa. Ripeto, c’è un’attenzione al giocatore-uomo a 360° che va oltre una terapia in più o una proteina in più, ma vuol dire assicurare un appoggio totale, anche nelle cose di tutti i giorni. Qui alcune cose sono migliorate, ma molto a fatica, e la strada è ancora lunga.

’’In campo era facile percepire questa energia, nella tua o nella squadra avversaria. Fuori è lentamente scomparsa, sostituita da altro, da una forma generica di opportunismo e spirito di sopravvivenza’’ hai scritto. Effettivamente, anche io in questi anni ho più volte detto che in Italia si lavora solo per mantenere uno status quo di comodo, che però ha ucciso l’entusiasmo dell’ingresso nel Sei Nazioni e dei successi del 2007 e del 2009. Secondo te cosa dovrebbe ’’rischiare’’ la nuova Fir per non limitarsi a sopravvivere?

In ogni organizzazione uno stallo del genere è mortale, fuori dalla normalità delle cose, dove tutto è ciclico e si muove. Nel mondo aziendale si dice ‘o si cresce o si muore’ e credo che uno stallo del genere possa essere fatale. La situazione nella Fir credo sia più unica che rara e quindi in un modo o nell’altro si sta per evolvere, bisogna capire se verso l’alto o verso il basso. Per questo credo si debba dare fiducia a qualcosa di nuovo. Ma perché lo dico? Perché in generale il mondo e la società cambiano velocemente e lo sport non fa eccezione. Lo sport che si giocava 10 anni fa non è quello di oggi. Di pari passo devono evolversi le competenze e le linee di pensiero, sempre restando fedeli alle linee guida del movimento. La maggior parte degli staff e dei board che ho affrontato innovavano di anno in anno, con giocatori che spesso avevano smesso pochi mesi prima e davano il loro contributo, facendo da unione tra giocatori e staff, portando la loro esperienza in campo. Da noi? Facciamo il piccolo esempio delle Zebre. Nello staff chi è colui che ha smesso per ultimo? Troncon, che ha smesso circa tredici anni fa. Il rugby che si giocava negli anni 90 e nei primi anni 2000 era un altro sport.
Insomma, sopravvivere non basta più. Non basta per la Fir, ma anche per i tifosi e per i giocatori stessi. Tutti sono stanchi di questa situazione. Il rugby come ogni altro sport è molto meritocratico, non mente. Se noi oggi siamo dove siamo è perché ci siamo meritati dove siamo adesso. Inutile lamentarsi. Le scelte che sono state fatte prima le paghiamo adesso e le scelte che facciamo adesso le pagheremo in futuro.
Ma oggi non si vivacchia più, anche nelle sponsorizzazioni le aziende non rischiano più di bruciare milioni solo perché il rugby è figo e il terzo tempo è bello. Ora c’è una progettualità che fa paura, c’è un panorama sociale e lavorativo talmente in evoluzione, talmente nuovo che dobbiamo aggiornarci. Più resistiamo al cambiamento più facciamo danni, più tentiamo di cavalcarlo più possiamo guadagnarci. Purtroppo arriviamo da vent’anni di magra, quindi non costa niente provare a cambiare. Ma va fatto con progettualità e con lungimiranza, con obiettivi e scadenze. Ristrutturiamoci, diamoci degli obiettivi, mettiamo dei responsabili. Responsabili che se le cose vanno bene vuol dire che hanno lavorato bene con la squadra che hanno scelto, ma se le cose vanno male vuol dire che qualcosa va cambiato, che sia il modo o la persona. Se in campo un giocatore non è più idoneo viene cambiato, per coerenza dovrebbe avvenire anche fuori dal campo.

2 commenti su “Rugby Italia: Venditti “Il movimento va cambiato, ecco perché mi metto a disposizione”

  1. Giamba che cosa posso dire?…
    Uno dei miei giocatori preferiti e riconosco che potrebbe,almeno superficialmente,aver influenzato il mio giudizio poi però,approfondendo l’analisi direi che sia dal punto di vista personale che da quello professionale puoi rappresentare l’elemento di cui FIR ha bisogno come l’aria e che può far fare al Rugby italiano quel salto di qualità che tutti auspicheremmo…
    Quindi:
    Giambattista Venditti il MIO XVI uomo!!!

  2. Complimenti per l’intervista. Diverse cose sono abbastanza chiare anche a chi quel rugby non l’ha giocato o lo gioca, ma il fatto che anche chi è stato cosi addentro al nostro “alto livello” se ne renda conto e sappia che serve una sterzata mi da buone sensazioni. Speriamo che anche i club se ne rendano conto

Rispondi