Intervista: Favaro “Al rugby ho dato tutto. I Mondiali azzurri? Sufficienti”

Federico Falcone ha fatto, in esclusiva per R1823, una chiacchierata con l’ex flanker azzurro. Che parla della sua carriera, della RWC azzurra, ma anche di Accademie e di girandole di ct. Senza peli sulla lingua, come sempre.

Dieci, cento, mille Favaro. C’è stato un periodo in cui questo slogan, tributato al flanker trevigiano, riecheggiava in tutte le club house d’Italia e sulle bacheche social network di tutti gli appassionati tricolore della palla ovale. Con un impeto di sincerità, anche chi scrive ammette di essere sempre stato tra coloro i quali avrebbero voluto possedere quella maglia numero 7, da incorniciare, appendere al muro e vantarsene con gli amici. Un cimelio, si. E chissà che ciò, prima o poi, non avvenga. Perché Simone Favaro oltre a essere stato uno degli azzurri più amati degli ultimi dieci anni, è stato – ed è – un leader carismatico che del motto “leading by example” ne ha fatto uno stile di vita.

Dopo l’annuncio con cui dava l’addio al rugby professionistico, pochi giorni fa è arrivata la convocazione per la trentunesima edizione del World Rugby Classic, l’appuntamento annuale con nazionali over 35 di tutto il mondo. L’evento prenderà il via proprio questo weekend e Favaro sarà capitano degli azzurri. “E’ un riconoscimento che mi riempie d’orgoglio, l’ho apprezzato moltissimo”, dichiara in esclusiva ai microfoni di R1823. “Sono onorato di essere capitano. Con molti ragazzi ho già giocato in passato, ma ognuno di noi dovrà essere capitano di sé stesso. Sono cosciente del fatto che ora che il mio focus si è spostato sulla Polizia di Stato certe cose non potrò farle come prima, ma chi se ne frega, gioco e mi diverto come ho sempre fatto. E’ un evento che mi piace, c’è un rugby più vecchio stile basato sui valori base del nostro sport. Ho preso tutto in maniera propositiva e ammetto di essere molto contento”.

Ma il rugby è sempre quello: uno sport di contatto in cui non si arretra un centimetro. Come ci si prepara, quindi, a una manifestazione del genere? La risposta, se mai ce ne fossero dubbi, è inequivocabile: “è vero, si, è uno sport di contatto. Ma non ci faceva paura prima, non vedo perché debba farci paura adesso”. Un punto di ritrovo con alcuni vecchi compagni di nazionale o avversari che Simone vive come un “momento bellissimo, per stare insieme e trovare piacere nel gioco. Dove arriveremo non lo so, ma l’importante è andare lì e dare il massimo, onorando la maglia e trovando del sano piacere nel farlo. Questo è il rugby, amatoriale o professionistico che sia”.

Inevitabilmente si apre la finestra sul rugby di casa nostra, quello della nazionale, di Zebre e Treviso. “Pensi che gli All Blacks non stiano subendo critiche per la sconfitta con l’Inghilterra? Qualsiasi sport fatto ad alto livello prevede dei risultati. Se non arrivano, il disappunto è inevitabile”, risponde quando gli chiedo se il pubblico italiano che inizia a manifestare del sano e sincero disappunto verso la scarsità di risultati che ruota attorno al nostro movimento può essere un segnale di disaffezione. “C’è da distinguere il rugby educativo, che è quello che porta le famiglie a far giocare i figli, e il rugby competitivo che è quello che porta allo stadio il tifoso. Quest’ultimo è pagante e, quindi, ha tutto il diritto di criticare. Ma non deve passare mai in secondo piano che noi giocatori, quando scendiamo in campo, diamo l’anima. A me piace, siamo italiani, siamo un popolo ambizioso. Il difetto che forse abbiamo è che troppo spesso dimentichiamo il percorso fatto. Il nostro cammino e la nostra volontà di competere con i più grandi è stato giusto, ma i risultati non ci premiano”.

E quindi, come si va avanti? Come ci si migliora? Dove è, in ultimo, fondamentale cambiare la rotta? “Bisogna trovare una quadratura vera. Dopo i grandi investimenti non abbiamo avuto i risultati che era lecito sperare. Sono per le critiche costruttive, fare polemiche con la Federazione spesso non porta a nulla, se non ci sono concrete motivazioni. Un giocatore, ad esempio, se è bravo gioca, altrimenti finisce in panchina, in tribuna o cambia squadra. Semplice. Condivido appieno quello che hai detto tu, ossia che manca continuità. Questo è sotto gli occhi di tutti. Nella mia carriera in nazionale ho cambiato tre allenatori e ognuno è stato presentato come all’anno zero. Si deve avere un progetto e dargli continuità. Le qualità le abbiamo, ma dobbiamo trovare un’identità che manca! Se io ho avuto una carriera importante con tanti riconoscimenti, perché ciò non è possibile che accada anche per altri sessanta giocatori? A questo dobbiamo ambire. Anche la Scozia ha avuto i suoi problemi, per alcuni versi anche più gravi dei nostri, ma li ha superati alla grande. Ma occorre mettere le giuste pedine al giusto posto”.

Tutto giusto, quello che Simone dice. Ma allora perché, sempre più spesso, si punta il dito contro le accademie? Perché, pur esaltandole, il mondiale in Giappone ha visto scendere in campo un’Italia con numerosi giocatori di formazione rugbistica straniera? Al netto di equivoci: nessuno sostiene che i giocatori italiani non siano pronti per il livello internazionale o non siano in possesso di una formazione tale da farli scendere in campo. Ma la domanda sorge, è giusta, è legittima. “Non punto il dito contro nessuno ma sono d’accordo con te, perché l’indice indicativo di questa situazione sono i risultati che non corrispondono agli investimenti fatti. Sarebbe falso dire il contrario. C’è da perfezionare quello che esiste, non si deve ripartire da capo. Ci sono dei punti di crescita tra la mia generazione e quella attuale. Ma anche delle criticità evidenti. Io, Masi, Perugini, Lo Cicero, Bortolami, Ongaro, sono i primi nomi che mi vengono in mente. Io sono un giocatore di formazione dell’accademia, non dimentichiamolo. Questo per dire cosa? Che l’essere italiano non è un problema. Non è che se nasci italiano sei scarso e non puoi giocare a rugby, ma per rispondere alla tua domanda, si, è vero, c’è forse un problema chiamato accademie. Onestamente non ho più seguito il loro lavoro ma ciò che dici è giusto: non stanno producendo quello sperato. Ci sono due filosofie, però: smantelliamo o perfezioniamo? I talenti li abbiamo, ne sono convinto, ma una volta arrivati al professionismo devono avere un’ulteriore crescita”.

L’alto livello è questione di dettagli, come tiene a precisare l’ex Glasgow Warriors. Problemi e aspettative si bilanciano con speranze e passione. In questo i tifosi sono croce e delizia. Caldi, affettuosi e bramosi di vedere la loro nazionale competere ai livelli più elevati. Non è facile e, dopo ogni sconfitta, per quanto la delusione sia tanta, per quanto i discorsi da bar lascino il tempo che trovano, per quanto si costruiscono progetti e idee virtualmente applicabili al caso specifico, siamo sempre qua, ad avere un’esaltazione smisurata per questo gioco. “Tutto ciò è bellissimo. Io, come tanti altri, ne abbiamo vissute di sconfitte. Mi sento di dire che i tifosi mi hanno realmente voluto bene. E’ straordinario avere aspettative, vuol dire che ci crediamo, che abbiamo dato dei lampi per crederci. Come giudicare il mondiale dell’Italia? Sufficiente. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare, ma la nostra forza sono i tifosi che ci danno aspettative per migliorare”.

Già, il mondiale. Davvero lascia aspettative positive? “Abbiamo svecchiato la rosa con molti giocatori alla loro prima coppa del Mondo. Sappiamo entrambi che in passato non è stato così, anzi. Conor, quando arrivato, ha trovato noi senatori ma ha dovuto creare nuovi profili, sviluppare nuovi leader che dovranno formare il nostro futuro. Non dobbiamo commettere l’errore di bloccare giocatori come accaduto negli ultimi 15 anni. Credimi, in questo lasso di tempo, di giocatori validi ne abbiamo persi tantissimi. Dobbiamo investire e creare competizione all’interno del movimento. Le nazionali precedenti avevano scelte obbligate. Il lavoro di Conor è stato buono, non posso dargli 10 perché non ha fatto miracoli ma un 6 glielo do pieno. Dobbiamo fare della pressione lo stimolo principale per sviluppare un lavoro e portarlo a termine”.

Questa convocazione con il Classic XV, riconoscimento e premio a una carriera incredibile, mette Simone Favaro nella condizione di essere un ambasciatore del rugby italiano. O, come molti auspicano, una vera e propria risorsa all’interno della Federazione, per fare da chioccia – perché no – agli azzurri del futuro. “Adesso sono concentrato sul mio lavoro, ho un impegno, che poi è una scelta di vita, con la Polizia di Stato. Nella vita non bisogna mai chiudere le porte con nessuno, mai e poi mai. Sto imparando e sto lavorando al meglio delle mie possibilità, voglio farlo nel migliore dei modi. Attualmente, però, non sto pensando a un futuro nella Federazione. Voglio onorare la pagnotta che porto a casa dalla Polizia di Stato, voglio renderli orgogliosi di me”.

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Un commento su “Intervista: Favaro “Al rugby ho dato tutto. I Mondiali azzurri? Sufficienti”

  1. I Mondiali Azzurri? Non si sa. Incompleti. Dato che non hanno avuto l’ultima partita del girone per provare a qualificarsi ai quarti.

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