Italrugby: equiparati, una scelta quasi mai azzeccata

Nella storia della palla ovale italiana ci sono stati diversi “stranieri”, ma pochi hanno lasciato il segno.

Viviamo in un mondo sempre più globale e, così, da anni le nazionali di molti Paesi hanno iniziato a riempirsi di giocatori con cognomi non proprio tipici. In molti casi questo è dovuto al flusso migratorio, si tratta dei figli di chi è emigrato in quel Paese e che sono ormai cittadini a pieno titolo. A volte, però, questi giocatori sono veri e propri “stranieri”, cioè sono sportivi arrivati sono in età adulta nel Paese che ora rappresentano a livello di nazionale. Sono i cosiddetti equiparati, cioè stranieri che per matrimonio o per residenza possono vestire la maglia della loro “nuova” nazione.

Nel rugby l’utilizzo degli equiparati è assai diffuso, anche se spesso a prima vista si confondono questi ultimi con gli oriundi, cioè rugbisti i cui genitori sono originari del Paese che ora rappresentano. Per fare alcuni tra gli esempi più noti, oriundi sono i Sergio Parisse, i Martin Castrogiovanni o i Jake Polledri. A volte, però, se è la madre di origine italiana le due cose si confondono, così nel recente passato erano oriundi, e non equiparati, i Luke McLean, i Craig Gower e i Ramiro Pez. Ma anche l’Italia ha avuto i suoi equiparati, cioè stranieri veri e propri che hanno rappresentato i colori azzurri. E non sempre le scelte sono state, diciamo, azzeccate. Continua a leggere su Oa Sport.

9 commenti su “Italrugby: equiparati, una scelta quasi mai azzeccata

  1. direi che il problema equiparati/oriundi, viene comunque dalla mancanza di alternative fatte in casa, il buon haimona, masticato e sputato, fu una scelta dettata dal non aver alternative a 10, poi che questi buchi siano dati dalla mancanza di materiale o di coraggio nel provare la gente a livello superiore con la filosofia “l’erba del vicino…” in cui si preferiscono stranieri già formati di livello medio, senza, magari, più margini di miglioramento, a giovani italiani da svezzare è un altro discorso, se poi ti trovi con 10 aperture di nazionalità non italica che giocano nel maggior campionato italico, difficilmente puoi pensare di non prendere la meno peggio per farla giocare in nazionale.
    segue, poi, l’azzardo nel puntare su un giocatore che promette bene, magari, ma che alla fine non sfonda (vunisa, pez, luus ed altri), intestardendosi sulla sua superiore abilità, che magari non c’è, aggiungiamoci la mancanza di alternative per certi ruoli (seconda, ali, centri, MA) e una buona dose di opportunità politica (alcune scelte, spesso, parevano dettate da un ritorno personale)

    1. Diciamo che la strategia federale è sempre stata di difficile interpretazione. Investire milioni in Accademie – che producono troppo poco – equiparando allo stesso tempo molto (se non moltissimo), lasciando poi andare tali equiparati (forse un po’ presto) e allo stesso tempo dando forse poco spazio a diversi giovani che cosi rischiano di “bruciarsi”.

  2. Ricordo con affetto quando Mogliano pescò il jolly Steyn, questi poi passò ad una squadra della bassa bresciana di cui non ricorso il nome, che infine lo cedette a Treviso… indovinate un po’ chi pretese di guadagnarci sopra 10 kili pena non tesseramento del giocatore?

  3. Be Duccio, avercene di altri Geldenhuys o Van Schalkwyk… E anche uno come Robertson mi manca terribilmente (quella meta col Galles al Flaminio chi se la dimentica). Comunque secondo me a volte o ci dimentichiamo appunto quanto certi giocatori hanno dato o sono stati importanti (anche uno come Griffen), altre volte forse li abbiamo “dismessi” troppo in fretta, come Vosawai per esempio.
    Poi ovvio, figli della necessità di tappare annosi buchi in mediana (anche diversi oriundi chiamati per questo, ognuno presentato come salvatore della patria e nuovo Dominguez) abbiamo preso anche un po’ “a caso”.
    Stranamente quasi sempre passando da Calvisano, una sorta di “timbro di via” 😉

  4. Griffin e Robertson sono stati meravigliosi in nazionale e speriamo di averne di giocatori simili. Ma bisogna avere il coraggio di puntare sui nostri ragazzi anche a costo di brutte figure e delusioni. Se un ragazzo non ha la speranza di giocare ad alto livello abbandona o si rassegna e si adagia, senza cercare margini di miglioramento, tanto da che certe mete gli sono precluse. La FIR più che ai ritorni di immagine pensi a valorizzare un patrimonio di energie e volontà che esiste e non può essere disperso.

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