Serie A: l’Unione all’Aquila dura solo un anno, neroverdi vicini alla rinuncia

Per R1823 Mattia Fonzi ci racconta quello che sta succedendo in Abruzzo e che potrebbe essere la prima volta in 83 anni di storia.

Sembra passata una vita da quando, nel corso di una conferenza stampa all’Aquila, venne annunciata la nascita dell’Unione Rugby L’Aquila, che metteva insieme Gran Sasso Rugby, Polisportiva L’Aquila, Vecchie Fiamme e L’Aquila Rugby Neroverde in un’unica franchigia, dalla Serie A ai campionati U16: “È emersa grande unità di intenti tra le parti, vogliose di avviare un nuovo percorso in grado di raggiungere buoni risultati”. Accadeva solo un anno fa.

Oggi il destino dell’Unione aquilana, che nella scorsa stagione ha militato nella seconda categoria nazionale, sembra già segnato. E appare come il ripetersi di una storia che gli appassionati della palla ovale nel capoluogo abruzzese hanno già visto.

Il club neroverde non ha più soldi né giocatori. Il bilancio del primo anno di vita è stato chiuso con un debito non catastrofico – circa 50 mila euro – ma non ci sono prospettive di entrata, non c’è appetibilità per gli sponsor, non c’è un management all’altezza e, dulcis in fundo, la maggior parte degli atleti hanno lasciato la squadra per giocare altrove, per lo più nelle vicine Paganica e Avezzano, entrambe in B.

Senza certezze economiche sul futuro, lo scorso 10 settembre il presidente Pierfrancesco Anibaldi si è dimesso. Aveva puntato tutto sull’Unione, sacrificando la “sua” Gran Sasso, club che anni prima aveva co-fondato e che fino alla stagione 2017-2018 militava in A. Per l’altra anima della franchigia, la Polisportiva L’Aquila, è Anibaldi l’unico e solo responsabile della disfatta unionista, come è stato dichiarato pubblicamente qualche settimana fa, nel corso di un’assemblea aperta della società.

In realtà questo è solo l’ultimo capitolo di una storia complessa che va avanti ormai da decenni. Che intreccia l’inadeguatezza manageriale, il disinteresse della politica e della classe imprenditoriale locale – nonostante i miliardi di euro arrivati da Roma per la ricostruzione post-sisma – e più in generale l’incapacità del movimento del rugby aquilano a stare al passo coi tempi.

Non è un caso, infatti, che le crisi economiche e i deficit organizzativi inizino con l’arrivo del semiprofessionismo in Italia, alla fine degli anni Novanta. Eccezion fatta per alcune virtuose stagioni, da allora il tramonto della stella brillante del rugby all’Aquila è stato inesorabile: la storica Polisportiva diventa L’Aquila Rugby 1936; nel 2014 fallisce lascia il posto alla newco L’Aquila Rugby Club, che altalenante tra Serie A e Eccellenza, fallisce e non si iscrive al campionato 2018-2019 . Rimane così sono un’aquilana in Serie A (la Gran Sasso) che, sciogliendosi nell’Unione, ha partecipato all’ultimo campionato cadetto. In questi decenni, tutto sommato, a governare la situazione sono state quasi sempre le stesse persone.

Oggi, nonostante l’iscrizione regolarmente inoltrata, risulta difficile che la squadra possa scendere in campo per la prima di campionato, in programma il 20 ottobre. Per il rugby aquilano di livello sarebbe la prima volta senza colori neroverdi in 83 anni di storia, fatta di cinque scudetti e di sfide memorabili, di giocatori prestigiosi e di un vivace movimento giovanile che fa dell’Aquila, ancora oggi, una delle (poche, a dir la verità) città di rugby in Italia. Ma fatta anche di fallimenti, scissioni e litigi continui, debiti e sgambetti.

I segnali sono chiari: nel calendario del campionato élite U18 ufficializzato dalla Federazione qualche giorno fa militerà la Polisportiva L’Aquila, e non l’Unione come lo scorso anno. È il sintomo del fatto che tutti i cartellini dei giovani neroverdi sono stati ceduti dalla franchigia alla Polisportiva.

La parola fine potrebbe essere scritta lunedì 7 ottobre, a seguito di una delicata assemblea dei soci della franchigia.

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