Italrugby: Venditti “Niente romanticismo, conta il risultato”

Intervista esclusiva all’ala delle Zebre che parla dell’Italia, ma anche di Accademie, Zebre, Seven e di una sua iniziativa veramente lodevole.

“Se si vuole dare una mano al mondo del rugby, i modi per farlo sono tanti”. Questo è il mantra di Giovambattista Venditti, ala delle Zebre, la cui carriera ha preso il via sul campo dell’Avezzano Rugby, società alla quale è profondamente legato. Per origini, certamente, ma anche perché l’amore per la palla ovale e per la propria terra di provenienza trovano nel club giallonero la massima espressione che un ragazzo come Giamba possa ricercare. Si dice che un uomo senza radici è un uomo perso, però. Detto, questo, che il ventinovenne abruzzese non dimentica mai. In uno dei suoi rari momenti liberi è sceso in quel di Avezzano per inaugurare la nuova palestra del club. Con un piccolo particolare: a farsi carico del progetto è stato proprio lui. Di questo, e molto altro, ne ha parlato con Federico Falcone per un’intervista esclusiva con R1823.

Come è nata l’idea di curare il restyling della palestra dell’Avezzano Rugby?

Negli ultimi anni ho notato la volontà di dare spazio ai bambini e di lavorare per farli crescere. Aspetto, questo, che mi ha riavvicinato molto alla società nella quale sono cresciuto. Due anni fa, dopo aver acquistato il materiale tecnico per i più piccini, grazie anche alla collaborazione con la Rhino, ci siamo seduti a tavolino con il presidente per discutere su come avrei potuto contribuire a dare loro una mano. Da qui l’idea del restyling della palestra.

Del quale, a livello economico, te ne sei fatto carico…

Esattamente. Ho conosciuto la Blor a un Rimini Wellness. Il suo fondatore, Ottavio, si è mosso bene negli anni, specialmente nel settore del crossfit. Così mi sono indirizzato a lui che ha dimostrato subito grande passione. E’ stata una scelta azzeccata perché è un ragazzo disponibilissimo che ha aiutato davvero molto.

Cambiano discorso. Ci avviciniamo al mondiale con un percorso claudicante. E’ il banco di prova definitivo per l’era O’Shea?

Il girone, come sappiamo, è ben bilanciato. Due partite all’apparenza facili e due partite all’apparenza impossibili. Dobbiamo assolutamente puntare a superarlo, però. Si parla di un mondiale e di sport professionistico, quindi non è tanto il come si approccia alla partita o quanto coraggio mettono i ragazzi sul campo. Lasciamo da parte il romanticismo del rugby, in queste occasioni è solo il risultato che conta. Proprio questo è stato il mantra di O’Shea nella sua esperienza alla guida della Nazionale, cioè far diventare questa Italia la migliore di sempre. Per farlo dobbiamo passare il girone.

Si parla tanto di miglioramenti, però. Ci sono?

Ce ne sono tantissimi. Il problema è che le modifiche che può fare una persona sono limitate. Mentre noi facciamo un passo in avanti, non solo dal punto di vista tecnico, le altre nazioni, con relative squadre, fanno i chilometri. Queste hanno un sistema dove si lavora per migliorare la nazionale. Tutti remano in quella direzione, a prescindere dal singolo. E’ il loro focus. Tutti i problemi gestionali e organizzativi che abbiamo devono essere trattati in maniera più ampia. La squadra è la punta dell’iceberg ma è tutto connesso. Dietro ci sono molte lacune che non sono state colmante. Conor da solo non basta, come non basterà l’eventuale prossimo allenatore. E’ il sistema che deve cambiare.

Come giudichi la recente storia delle Accademie?

Credo sia un percorso che ancora in fase evolutiva e. Prima di raccoglierne i frutti si deve ancora attendere. E’ vero, sono passati dieci anni, ma soprattutto negli ultimi cinque o sei i ragazzi delle varie under, specialmente la venti, sono molto più performanti di quando ci giocavo io. Più pronti fisicamente ma anche da un punto di vista mentale e tecnico. C’è bisogno di costanza ma anche di tempo, sia per portare a casa risultati che per creare retaggio. Quando entreranno i ragazzi del ’97 e del ’98 vedremo la vera qualità espressa.

Anche qui, però, il rischio è che si vada troppo più piano rispetto alle altre nazionali…

In Italia il nostro sport non gode della stessa visibilità e importanza che altrove, quindi il gap ci sarà sempre. Ma è il sistema che va cambiato, serve una ragnatela capace di mettere tutti nella stessa condizione di emergere e svilupparsi. Serve disciplina e lungimiranza però, questo indubbiamente si.

Come valuti il fatto che, rispetto al passato, sono di meno i giocatori italiani che vanno all’estero a fare esperienza?

Credo che vada vista così: adesso abbiamo due sfoghi naturali per competere all’estero che sono Zebre e Treviso, quindi i giocatori possono fare esperienza qui, in casa. Se prima si doveva andare all’estero, ora il ritmo di un certo livello di rugby può essere preso da noi, è più a portata di mano. Ma, ripeto, le altre Federazioni fanno passi in avanti giganteschi. La qualità dei giocatori sta crescendo tantissimo. In Inghilterra, ad esempio, c’è un numero impressionante di talenti emergenti e che continuano a venire su dalle Accademy. Sono proprio diverse le condizioni rispetto al passato.

E’ questo il metodo migliore per mettere i giocatori al centro del progetto?

I giocatori vanno messi al centro, sempre. Di qualsiasi livello esso siano, fin dalle giovanili. C’è bisogno di umiltà. Ogni lavoro svolto deve essere fatto per facilitare loro il percorso, ma tante volte le scelte non sono fatte con questo obiettivo. Negli ultimi mesi ho letto polemica sulla regola dei due anni di permanenza che i giocatori provenienti dalle Accademie devono fare nei campionati italiani. Posso capirli perché è una situazione davvero limitante che può chiudere anche porte future. Rischiamo di rallentare la crescita dei nostri talenti, questo va detto.

Il prima e il durante rappresentano due facce della stessa medaglia a cui, inoltre, se ne aggiunge una terza: il dopo carriera agonistica. Anche quello è un patrimonio che rischia di essere dilapidato…

Quanti giocatori dopo che hanno smesso non hanno più nulla a che fare con il mondo del rugby? Sono pochi quelli che fanno gli allenatori ma più di tutti abbiamo bisogno di figure manageriali che mancano terribilmente. Non dobbiamo nasconderci dietro a un dito, ma affrontare la realtà. Perché all’estero hanno staff enormi e così tanto personale con competenze specifiche, oltre a valide strutture? Le stesse che da noi vengono viste con sufficienza, si. Ma con altrettanta onestà va detto che la FIR non può essere considerata un bancomat. Se si vuole dare una mano al mondo del rugby non lo si deve fare solo per un fine economico.

C’è stato un momento in cui sei stato vicino a una convocazione con la Seven…

Tutto vero, avevo dato la mia disponibilità perché il Seven mi piace molto. Volevo andare, anche perché venivo da una stagione negativa. Però capitava tutto nel periodo in cui le Zebre iniziavano la preparazione estiva e quindi non sono stato mandato. Spero ci siano altre possibilità in futuro perché è una cosa che mi piace moltissimo.

Capitolo Zebre: cosa dobbiamo aspettarci dalla prossima stagione?

Anche a causa dei mondiali sarà un anno pieno di sorprese. Abbiamo migliorato alcuni ruoli, anche da un punto di vista competitivo. Non abbiamo mai avuto rose ampie che ci permettessero di competere ma, soprattutto, di fare allenamenti di qualità. Quest’anno è diverso. I nuovi ragazzi, permit inclusi, sono venuti con entusiasmo e grande mentalità e quindi, se dovessero essere chiamati a dare il loro contributo, saranno già pronti. Conosceranno schemi e ambiente. Non è cosa da poco. E’ il terzo anno con lo staff tecnico invariato, anche questo è fondamentale. Si, ci sono le carte in regola per una stagione di riscatto.

Sciogliamo il nodo sul tuo futuro. Ultima stagione o nuove sfide all’orizzonte?

Come sai, a me piacciono moltissimo le sfide e i punti interrogativi che, allo stato attuale delle cose, sono numerosi. Quest’estate ho cercato di dare il meglio per fare una grande preparazione in vista del campionato con l’obiettivo di dare il miglior rendimento possibile e aiutare la squadra. Lo scorso anno è stato molto deludente, sia per risultati sportivi che per la mia ambizione personale che ha sofferto molto. Sono curioso di sapere cosa c’è dopo il mondo del rugby, e questo desiderio mi accompagna da molto, solo che ora è più forte che mai. Vedremo cosa accadrà.

Foto – Instagram/giambavenditti

Un commento su “Italrugby: Venditti “Niente romanticismo, conta il risultato”

  1. Tutto sensato a parte la cosa della Fir-bancomat. Nel senso che fino ad ora non mi pare abbia fatto cose tanto diverse…
    Importante quanto dice sui due anni post Accademia (sbaglio o c’era una storia tra un ragazzo e La Rochelle, con la Fir che aveva bloccato il trasferimento?)

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