6 Nazioni: Italia, il bilancio di un altro anno senza vittorie

Nonostante i proclami e le giustificazioni gli azzurri restano distanti dalle migliori. Anche quando sono al peggio.

Leonardo Ghiraldini, infortunato, a bordo campo che piange e soffre. Non per il dolore – o non solo – ma anche per la voglia rabbiosa di essere ancora lì a cercare quella vittoria che è sempre più una chimera. Sergio Parisse in conferenza stampa che si ferma, non riesce a parlare, piange come il suo amico Leo. Per Leo, come spiega, ma anche per quella rabbia che si ha quando si perde una partita che sai che potevi e dovevi vincere.

Le immagini toccanti dei due veterani sono emblematiche di un 6 Nazioni che si chiude ancora una volta senza soddisfazioni per i colori azzurri. L’ultimo successo è datato 2015, sono quattro edizioni che l’Italia non vince e con Conor O’Shea sono arrivate 15 sconfitte consecutive. Un record non invidiabile e che lascia più di un dubbio nella mente dei tifosi e degli addetti ai lavori.

Gap o non gap

E poco importa che da Sergio a Conor, passando per il presidente Gavazzi, si continui a dire che il gap con le migliori si è ridotto, che il lavoro che si sta facendo è importante, che si sta costruendo sulle prestazioni. Perché nello sport, purtroppo o per fortuna, quel che conta alla fine è il risultato. E l’Italia ha perso.

Ma soprattutto, rispetto agli altri match di questa edizione, questa volta non vale neanche la giustificazione di aver perso contro una squadra oggettivamente più forte. Questa Francia è mediocre. Lo è nelle individualità, lo è nel gruppo, lo è nello staff. E se, pur dominando possesso e territorio, non riesci a vincere con questa Francia la domanda, preoccupata, nasce spontanea: quando riuscirai a vincere?

L’harakiri con la Francia

Ieri, ancora una volta, a pesare sono stati i buchi difensivi che hanno regalato le prime due mete alla Francia. Se in touche si è dominato (bravo Parisse), poi non si è saputo costruire. Gli errori di handling sono stati evidenti, ma non sono figli dell’incapacità individuale di gestire l’ovale. Sono figli di una mancanza di gioco, di un piano che sappia sfondare. In 80 minuti di dominio non si è mai visto un guizzo, qualcosa che potesse rompere l’equilibrio in campo.

Poi ci sono le scelte incredibili. Insistere, ostinatamente, con i palloni in touche nel finale del primo tempo, rinunciando a piazzare è costato caro all’Italia. Si è rimasti lunghi minuti sui 5 metri transalpini, ma non si è portato a casa nulla. Frustrante e incomprensibile. Certo, poi nella ripresa Tommaso Allan si è dimostrato in giornata no dalla piazzola, ma le scelte dello staff (o di Parisse?) lasciano perplessi. La controprova? A Twickenham l’Inghilterra che stava dominando e aveva già segnato tre mete in un quarto d’ora, al 25’, va sulla piazzola quando ne ha l’opportunità. Tre punti facili e sicuri, quando già stai vincendo 21-0. Il risultato? Quei tre punti facili facili sono stati decisivi per evitare una clamorosa sconfitta.

Mischia in crisi, trequarti impalpabili

Ma andando oltre alla sfida di ieri, è evidente che l’Italia ha un problema. Con O’Shea sono tre edizioni in cui si è portato a casa un solo punto di bonus. Certo, quest’anno si è subito meno (22 mete, contro le 27 e 26 delle ultime due edizioni), ma non si è saputo segnare. L’Italia soffre in mischia chiusa, gioca bene in touche, ma poi si arena lì. Certo, ci sono gli infortuni, ma va detto che la mediana italiana non ha saputo dare nulla alla causa azzurra (fa eccezione la prestazione di Tebaldi con l’Irlanda, ma resta troppo poco e, comunque, è un’eccezione in una serie di prestazioni non all’altezza).

La trequarti è leggera, impalpabile, con i soli Luca Morisi ed Edoardo Padovani (sparito, però, dopo l’Irlanda) a mettersi in mostra, mentre Hayward è la brutta copia di quello che si vede a Treviso, Esposito è oggettivamente improponibile a questi livelli sia in attacco sia in difesa, mentre gli sfortunati Castello e Campagnaro hanno inciso pochissimo sui match che hanno giocato. Alla fine, nonostante le due mete mancate, è stato l’esordiente Marco Zanon l’unico a dare una scossa dietro e a meritarsi una nuova chance presto.

La famosa coperta

Certo, ripeto, le assenze sono tante e importanti. Anche se il mantra federale – e ripetuto a comando da coach e capitano – è che la coperta si è allungata, la realtà è che l’Italia in molti ruoli non ha una seconda scelta all’altezza del titolare. E avere fuori Marcello Violi, Mattia Bellini e Matteo Minozzi fa una grande differenza, così come aver avuto a disposizione Jake Polledri solo per due match non aiuta. Perché i sostituti, spesso e volentieri, non sono all’altezza. Spiace dirlo, ma Tito Tebaldi e Guglielmo Palazzani non possono dare il ritmo giusto a questo livello e anche ieri Tito ha impostato un gioco al piede sterile, mentre i palloni uscivano lenti e imprecisi dai raggruppamenti. Insistendo, poi, su Esposito all’ala O’Shea (ma non c’è veramente un’alternativa???) ha ancora più evidenziato l’assenza di un talento come Bellini, mentre l’imprevedibilità e la velocità di Minozzi sono imprescindibili se le alternative sono Padovani e l’Hayward azzurro.

Insomma, il presente è da lacrime, come quelle di Parisse e Ghiraldini. Ma il futuro è ancora più difficile da leggere. Mancano i leader che possano sostituire proprio Sergio e Leo dopo i Mondiali (o prima, visto l’infortunio del tallonatore), ma soprattutto manca la sensazione che il gap con le migliori si possa accorciare a breve. Perché se anche contro la peggior Francia degli ultimi 20 anni riesci a perdere, se sono gli avversari a ridurti il gap mettendo in scena una prestazione insufficiente ma non ne approfitti, allora dove puoi andare?

Placcaggi, questi sconosciuti

Un ultimo appunto. L’Italia con la Francia ha raccolto un 78% di placcaggi riusciti. Sulla prima meta sono stati Parisse ed Esposito ad aprire l’autostrada alla meta transalpina, Sulla seconda l’immagine non è molto diversa, con Huget che si fa beffe della difesa azzurra. Così come ha lisciato i placcaggi a Twickenham, ma anche nei primi tre turni del torneo. E non è un problema di assetto, di strategia difensiva – o non solo – perché principalmente il problema è la tecnica individuale. Carente in questo fondamentale. “Non so come abbiamo fatto a perdere” diceva ieri O’Shea. Semplice, giocando peggio della peggior Francia.

Foto – Stefano Delfrate

6 commenti su “6 Nazioni: Italia, il bilancio di un altro anno senza vittorie

  1. Qualche volta bisogna andare fino in fondo nella critica. Dire che al povero Zanon bisogna dare un’altra chance mi sembra eccessivo. Sul 14 a 20 c’era un 3 contro 1 impossibile da non leggere e poi quel pallone portato a una mano sotto ascella…. Diciamo che il ragazzo è la dimostrazione delle carenze tecniche che accompagnano la formazione dell’alto livello. Forse va fatta una riflessione anche sui formatori

  2. Analisi spietata e in parte giusta.
    Ma non concordo su alcuni punti.

    – Credo che la partita con la Francia ha mostrato problemi di mentalità, più che limiti tecnici. L’Italia ha comunque dominato, ma è sempre mancato qualcosa. Anche il ‘saper vincere’ è un’arte;
    – E’ vero che in alcuni ruoli la seconda scelta non è sempre di qualità. Ma è anche vero che la coperta si è allungata. Con tutti gl’infortuni occorsi in questa stagione, anni fa sarebbe stata una catastrofe.
    – Credo vada rimessa in discussione la leadership di Parisse. Essere un grande giocatore non vuol dire necessariamente essere un buon capitano. Sembrerà strano, ma spesso la squadra gioca meglio senza di Lui.
    – Tebaldi non è stato perfetto nei calci, ma per me ha giocato bene. La sua presenza negli ultimi 3 match si è sentita, rispetto ai primi 2 in cui era assente.
    – Non capisco la scelta di portare in panchina McKinley invece di Canna. L’irlandese ha giocato maluccio. Canna non è costante ma ha un gioco alternativo rispetto ad Allan; soprattutto attacca bene la linea avversaria.
    – Il livello di fitness è migliorato. L’Italia gioca comunque 80 minuti, senza crollare negli ultimi 20. Questa è una bella novità.
    – Infine non sottovaluterei il ‘problema arbitri’, con il rischio di sembrare troppo ‘calcistico’. L’Italia è stata spesso penalizzata da sviste arbitrali a volte decisive (vedi il match con l’Irlanda). La cosa cambierà solo quando nel circuito internazionale la presenza di arbitri italiani sarà più corposa; non vedo altra soluzione.

  3. Difficile non essere d’accordo con tutto quanto scritto. Purtroppo ai nostri -evidenti- limiti si aggiungono scelte che lasciano almeno perplessi … non solo nelle scelta della formazione, ma anche nei game plans e nelle scelte durante le partite. Ricordo solo la scelta di calciare in campo contro la Scozia, innescando le loro ripartenze (nonostante la touche sia l’unico fondamentale nel quale abbiamo buone percentuali) sino alla decisione, già vista tante troppe volte in passato, di non andare per i pali quando abbiamo l’opportunità. Va bene, Allan ha delle percentuali almeno scarse e pare subire la pressione, ma mi sembra che, nonostante le dichiarazioni post partita, al posto di lavorare per risolvere i problemi questi rimangano sempre gli stessi …

  4. Proprio così: la tecnica individuale è carente e, aggiungo, non solo nei placcaggi, ma pure nell’handling. Siamo di fronte ad un vero e proprio disastro del rugby italiano. Non vinciamo una partita del torneo dal 2015, in casa addirittura dal 2013 ed abbiamo una striscia aperta di 22 sconfitte consecutive, vale a dire oltre un quinto degli incontri (100) disputati in totale dagli azzurri. A metà dello scorso decennio sono state avviate quelle riforme (Centri di formazione, Accademia) che i vertici federali ci hanno “venduto” come panacea dei problemi di sviluppo dei nostri migliori giovani. A ciò è seguito l’ingresso nella Celtic League, con tutto ciò che ne è conseguito in termini di spese, di (mancato) riassetto della filiera e di risultati (pochi e quasi esclusivamente ad opera di Treviso). Dopo circa 10-12 anni avremmo dovuto cominciare a raccogliere i frutti di tale progetto ed invece abbiamo di fronte solo macerie: la FIR ha fallito, Dondi, Gavazzi, Ascione, Lusi e tutti coloro che ne hanno condiviso l’opera ai più alti livelli portano la responsabilità di questo disastro.
    Duccio, il 21 Febbraio scorso hai riportato una dichiarazione del presidente del CONI Malagò all’ANSA, riguardo la necessità di vincere per la nostra nazionale:
    https://www.r1823.it/2019/02/21/italrugby-malago-servono-vittorie/
    C’è qualcuno – tu o i tuoi colleghi – disposto ad intervistare Malagò e chiedergli cosa intenda fare di fronte a simile palese fallimento, dal momento che la FIR in questi anni ha ricevuto fior di quattrini anche dal CONI e non va dimenticato che c’è il bilancio FIR è in rosso dal 2016…?

  5. A mio modesto parere dobbiamo migliorare la qualità del campionato eccellenza italiano ed avere una programmazione almeno triennale per le zebre : … In sostanza seguire quello che sta facendo il benetton … Poi quando i club si abitueranno all’alto livello ed alle vittorie arriveranno anche le vittorie della nazionale, come è normale che sia!

  6. Dalle nostre parti si dice che non può far più buio di mezzanotte. Invece si, fa buio pesto e a questo punto non penso si possano addossare tutte le colpe di questo black out all’allenatore. In campo ci vanno i giocatori e se non si riescono a fare manco le mete più semplici la colpa è loro. Manca la fiducia nei propri mezzi, la Francia di ieri era praticamente nulla ma noi non abbiamo avuto nessuna consapevolezza nel nostro valore, che poi non è così scarso. Direi di continuare su questa strada, tanto cambiare allenatore non servirebbe a nulla, può darsi che prima o poi ci si sbloccherà!

Rispondi