Inghilterra: il rugby è classista?

Un pilone inglese accusa: “Nel rugby la classe operaia è discriminata”. Ma è davvero così?

Il rugby inglese? “Qualcosa modellato sulle scuole private”, insomma, classista. A lanciare l’accusa è Ellis Genge, pilone dei Leicester Tigers e cinque caps con l’Inghilterra all’attivo. Il giocatore accusa il rugby (inglese) di essere classista e confessa che “ai tempi delle giovanili mi sentivo a disagio nella club house al terzo tempo perché mi sembrava che tutti mi guardassero chiedendosi ‘ma chi c… è questo qui?'”.

Secondo Genge il rugby fatica a crescere perché è “falso, la gente non può essere chi è, ma deve seguire un modello da ‘scuola privata’”. Insomma, elitario. “Io non sono un borghese bianco, vengo dalla classe operaia e non mi sono mai trovato a mio agio” continua il pilone. Secondo lui, insomma, chi ha una storia personale socioeconomica bassa fatica a essere accettato. “Mio zio è in galera per omicidio, mio nonno è stato dentro. Anche io sono stato arrestato per qualche rissa, ma mai processato. E’ il mio mondo, ma l’ho tenuto nascosto a lungo perché nello sport certe cose non si possono dire, bisogna fingere”.

Insomma, per Genge il rugby è classista e chi viene da ceti popolari fatica a essere accettato. Ma è vero? Il Daily Mail ha evidenziato che il 50% dei convocati all’ultimo raduno dell’Inghilterra aveva un’istruzione “privata”, a fronte del 7% della popolazione inglese. Insomma, i dati sembrano dire che il rugby è uno sport da ricchi. In Inghilterra.

Foto – Instagram/ellisgenge

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5 commenti su “Inghilterra: il rugby è classista?

  1. la mia personale opinione è che sia un’uscita dettata più dallo sconforto che da un reale problema del rugby inglese, certo l’inghilterra è un paese dove le differenze sociali vengono ancora, antistoricamente, fatte pesare più o meno, e non credo che il rugby ne possa, quindi, essere del tutto esente, ma il discorso dei numeri è il semplice risultato delle opportunità che vengono date ai ragazzi, se nella scuola privata lo provano, per forza, 1000 ragazzini su 1000, mentre nella scuola pubblica 100 su 1000, considerando che il 10% si appassioni abbiamo da una parte 100 ragazzi, dall’altra 10, che un altro 10% decida di continuare, più che per talento, magari per opportunità (un buon giocatore che non necessita di portare a casa lo stipendio a 18 anni, magari può provarci più di un bravo giocatore che però deve decidere subito cosa vuole fare), e ci troviamo con 10 pupilli ed 1 proletario (che sfonderà con più probabilità dei benestanti), ecco da dove derivano le differenze di numeri, non da classismo; è lo stesso discorso che si sente ogni tanto in italia, il rugby è un gioco per quelli del nord, a noi del sud non ci vogliono! no, è che in veneto c’è una squadretta ogni campanile, con osteria e tre case, quindi provano in tanti, al sud le società sono molte meno; giusto? no, e bisognerebbe azzerare queste differenze, ma non si tratta di classismo

  2. E’ sempre stato così, con eccezione Isole e NZ. Le noci di cocco sono più adatte a giocare con le mani che a prenderle a pedate.

  3. Per quello che ho potuto vedere nel periodo in cui ci ho lavorato nel rugby concordo con lui. Mi è capitato tantissime volte sentire dirigenti delle union dire noi non vogliamo avere a che fare con te perchè non sei “elite” o son of a lesser god (figlio di un dio minore)

  4. Ma dov’è la novità? Non vorrei ma il rugby è classista. Ci vorrebbe un antropologo e un sociologo per dirci perché l’umanità è classista!. o è in Inghilterra, in tutta UK, in Francia come nel resto del mondo. Il nostro rugby è stato per decenni lo sport elitario nei college: I Bok erano la parte “felice” del SA la parte con la fame giocava a soccer quando aveva la palla.

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