Valerio Bernabò “Ottimista per il futuro”

Il giocatore delle Zebre parla a R1823 dell’anno bianconero, del futuro dell’Italia ovale e di un tema importantissimo: il dopo rugby.

L’altro ieri a Milano, assieme a François Pienaar (qui la sua intervista) c’era anche una delegazione delle Zebre. E visto che i protagonisti erano i bambini del Rugby Parco Sempione non si poteva non fare una chiacchierata con Valerio Bernabò, seconda linea bianconera che da sempre ha un occhio di riguardo per il minirugby. Così, partendo dai tanti bimbi che scoprivano una leggenda come Pienaar, con Valerio abbiamo parlato della stagione bianconera, del futuro del rugby italiano, ma anche delle prospettive che i piccoli rugbisti devono tenere a mente crescendo.

Siamo qui all’Arena di Milano con François Pienaar che incontra i bambini. Volevo iniziare proprio parlando di bambini e di percorso ovale. Tu hai tanta esperienza, hai visto tanti compagni – anche di nazionale – a un certo punto dire basta, anche nel pieno della carriera, per un posto di lavoro sicuro. In un rugby non professionistico come quello italiano, quanto conta per un rugbista, anche di alto livello, pensare al dopo?

Guarda, innanzitutto è fantastico essere qui oggi, con tanti bambini, ma soprattutto torno bambino io con Pienaar. Avevo 11 anni nel 1995 e lo ricordo come fosse ieri. Qualcuno dei miei compagni (c’erano Padovani, Bisegni e Bellini, ndr.) forse pensava di trovarsi davanti Matt Damon. Il tema del prepararsi al dopo rugby è un tema importantissimo, è vero, ed è un tema su cui all’estero lavorano tanto. Anche con GIRA abbiamo avuto modo di confrontarci e il Personal Development Program è la base fondante. E viene gestito da club e Federazioni assieme. Perché sì, il rugby ci piace tanto, ci fa vivere anni stupendi e ci dà anche tante skills e opportunità di capire come funziona l’organizzazione. Capacità che, però, poi vanno sviluppate e bisogna saperle applicare anche in altri contesti lavorativi.

Abbiamo visto i recenti casi di Michele Visentin e Alberto Lucchese che in poco tempo sono passati dalla nazionale a decidere di lasciare il rugby per il lavoro. Cosa ne pensi?

Io ho sempre vissuto la mia carriera in questo modo, mi è sempre piaciuto avere anche un occhio attento su quello che accade fuori dal campo. Gli esempi che citavi tu, di giocatori che hanno fatto un passo indietro, credo siano fisiologici e credo sia importante anche avere certe priorità. A volte sicuramente fanno un po’ rumore, perché è anomalo che un giocatore che magari a giugno è in nazionale l’anno dopo rugbisticamente per strada. È un po’ un’anomalia del nostro rugby rispetto ad alcuni campionati esteri dove si hanno più opzioni, ma è una condizione che come tale va considerata. Per questo bisogna lavorare per prepararsi affinché il passaggio al dopo sia il più naturale possibile.

Parliamo di rugby giocato. Le Zebre hanno iniziato la stagione con tutte le preoccupazioni del recente passato, ma invece in campo si è vista una squadra che alcune soddisfazioni se le è tolte. Voi eravate consapevoli che sarebbe stato così, o è stata una ‘sorpresa’ anche per voi?

L’immediatezza di aver saputo dare una direzione netta al gruppo non se lo aspettava nessuno, anche perché viste le condizioni in cui versavamo quest’estate erano veramente critiche. Era veramente difficile guardare al di là del naso. Per fortuna, però, abbiamo trovato due figure fondanti, sia dal punto di vista societario, con Andrea Dalle Donne, sia dal punto di vista tecnico, con Michael Bradley, che sono veramente due importantissimi punti di riferimento per tutto il mondo Zebre. Ci hanno portato la serenità di pensare solo al campo e la voglia di giocare un rugby diverso. Qualcosa già si è mosso, la sensazione che abbiamo è di aver imboccato la strada giusta. Ora bisognerà consolidare questi primi mattoni per far crescere le Zebre e il rugby italiano, un po’ come ha fatto Treviso da un paio d’anni.

Foto – Stefano Delfrate

2 commenti su “Valerio Bernabò “Ottimista per il futuro”

  1. News dal mercato zebrato per la prossima stagione? (al di là di voci di giovani e permit).
    Comunque il tema del “dopo-rugby-giocato” è qualcosa di cui davvero si parla molto poco in Italia (bravo Duccio), contribuisce solo a far vedere il nostro sport come dilettantistico anche nel capire come supportare i giocatori una volta chiusa la carriera (non tutti hanno l’attività di famiglia o una laurea con il suo appeal), quindi si tratta di far capire e aiutare i giovani fin dall’inizio a trovare il giusto mezzo per garantirsi il futuro.

  2. il dopo rugby andrebbe pianificato attraverso gli studi, attraverso un gestione dell’accademia che sia anche didattica ed ancorata agli atenei del territorio, per non ritrovarsi con nuovi stipendiati fir sul groppone. Questo dovrebbe essere un tema centrale, ma chi di dovere se ne frega. Chi di dovere se ne frega un po’ di tutto quello che non lo tange direttamente.
    Parliamo di zebre: il sospetto, a fine stagione, è che le soddisfazioni che si sono tolte siano derivate da una preparazione sprint che ha permesso ai giocatori di iniziare l’anno più brillanti degli avversari. Mi chiedo se questo,che certamente ha dato fiducia all’ambiente, non abbia influito su qualche infortunio. chiedo a qualche insider se c’è la possibilità che sia così.
    Lucchese: uno dei grandi misteri del rugby italiano. Quando è stato appiedato era probabilmente il miglior MM italiano in circolazione, ed il miglior rubapalloni di Treviso. MAH!

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