Grandi campioni: François Pienaar “Dietro una grande nazionale c’è sempre un grande club”

Ieri a Milano l’ex capitano degli Springboks campioni del mondo 1995 ha incontrato la stampa italiana. Ecco le sue parole.

Ieri a Milano è stato ospite di un evento per i minirugbisti François Pienaar, il leggendario capitano del Sud Africa campione del mondo del 1995. L’evento è nato dalla collaborazione fra Rugby Parco Sempione e Investec Asset Management e ha visto il campione sudafricano raccontare la sua storia ai bambini del rugby milanese. A margine dell’incontro Pienaar ha incontrato la stampa e, oltre a parlare dei famosi Mondiali del 1995 (“Mandela? L’avrei voluto abbracciare”), ha parlato di temi caldi e attuali. Ecco alcune sue parole.

François, oggi gli All Blacks sembrano invincibili. Cosa c’è dietro a una squadra simile?

Sono veramente incredibili, ma non è qualcosa che nasce per caso. Loro hanno una cultura rugbistica, una tradizione incredibile. Pensate ai loro ultimi allenatori, al passaggio che c’è stato da uno all’altro. Non vi è mai stata una ‘rivoluzione’, non hanno prima un allenatore con un certo stile, poi un altro, poi un altro con un’altra filosofia ovale, ma seguono un percorso sempre uguale, coerente, sempre vincente. E, poi, c’è un altro fattore che credo sia importantissimo.

Quale?

Il rugby è una scienza, non si inventa nulla. Guardate al 1987, primo Mondiale vinto dagli All Blacks. La squadra era in gran parte formata da giocatori di Auckland, e Auckland dominava il rugby neozelandese. Nel 1991, quando vinse l’Australia, gran parte della squadra arrivava da New South Wales, il capitano arrivava da New South Wales. Nel 1995, quando vincemmo noi, 13 giocatori arrivavano dai Lions, io ero capitano dei Lions e avevamo appena vinto il Super Rugby, arrivavamo da diverse vittorie in Currie Cup. Nel 1999 uguale per l’Australia, nel 2003 c’era Martin Johnson e i Leicester Tigers che vincevano in Europa, nel 2007 Bulls e Sharks giocarono la finale del Super Rugby e sapevano come si vince. 2011 e 2015, il rugby neozelandese domina ovunque con i Crusaders e gli Hurricanes. A ogni Mondiale vince la squadra dove i giocatori sanno come si vince e lo sanno per tutto l’anno. E’ una bellissima lezione, non solo per lo sport.

Uno dei temi caldi nel rugby mondiale sono le concussion. Cosa ne pensa di cambiare le regole?

E’ qualcosa dove i miei sentimenti sono misti. Se pensi al rugby giovanile, allora dico che devi stare molto attento. Io quando giocavo ho avuto diverse concussion, anche gravi. Nel 1994 sono stato portato fuori dal campo, quindi mi preoccupa. Io inizio a dimenticare cose, forse è perché divento vecchio, o forse per le botte prese in testa. Mio figlio gioca e poco tempo fa è stato fuori sei settimane per commozione cerebrale. Ma dico anche che oggi vengono raccolti molti dati sulle concussion che ai nostri tempi non c’erano, oggi ci sono protocolli seri, si viene subito curati, non si torna in campo se si ha una commozione. Se, però, mi dici di cambiare le regole, beh, non sono convinto, anche se parliamo di alto livello. Il gioco cambierebbe, la complessità del gioco cambierebbe. Parliamoci chiaramente: noi firmiamo un contratto per giocare e sappiamo cosa facciamo. Le concussion mi daranno problemi in futuro al cervello? Succedesse non darò mai colpa al rugby, mi ha dato tantissimo questo sport. Ho paura per mio figlio? Certo, sono un genitore! Ma è la sua vita, le sue scelte, ha vent’anni, ama il rugby e quello che gli insegna il rugby è fenomenale.

Ma, secondo lei, cosa ha portato a rendere le concussion un problema oggi?

Il rugby è cambiato, i rugbisti sono cambiati. Una volta, per esempio, l’estremo doveva essere alto per prendere le palle al volo e battere l’avversario. Oggi i giocatori sono più bassi, vedi McKenzie, è cambiato tutto. Il rugby è uno sport fisico, se colpisci un giocatore e per sbaglio lo prendi un po’ troppo in alto prendi un cartellino rosso. Anche se l’intenzione non è quella di fare male o colpire al collo, con il rugby moderno che è più veloce, con giocatori più bassi e agili, il placcaggio rischia di essere pericoloso.

Parlando di rugby che cambia. Lei ha vissuto il periodo di transizione dal dilettantismo al professionismo. Oggi il rugby è un altro mondo?

Totalmente differente. Noi ci alzavamo alle 4/4.30 per andare a fare un po’ di ginnastica, di allenamento. Poi andavamo al posto di lavoro, per pagare il mutuo, poi la sera ti allenavi e nel weekend giocavi davanti a 60/70.000 persone. Era una droga. Non ci importava non venire pagati, avevamo altre responsabilità nella vita: lavoravamo, c’era chi era sposato, chi gestiva un’azienda. Oggi il rugby è quello che fanno per vivere. Si svegliano per il rugby e vanno a dormire per il rugby. E’ normale che i rugbisti oggi siano più forti, più veloci è ciò che viene loro richiesto come mestiere. Rimpiango di aver vissuto tardi il professionismo? No, le emozioni con la maglia della nazionale sono le stesse, che tu sia dilettante o professionista.

Negli ultimi anni il Sud Africa rugbistico ha vissuto un periodo difficile, in campo, ma anche fuori. Come vede la situazione attuale?

Direi proprio che l’ultimo periodo è stato uno dei più neri del rugby sudafricano. Negli ultimi anni abbiamo subito sconfitte pesantissime in Nuova Zelanda, in Irlanda, con l’Italia. Poi c’è stata la sconfitta con il Giappone all’esordio dei Mondiali 2015. Ma ora si sta lavorando duramente per risalire la china, il rugby è troppo importante in Sud Africa. Ma, come dicevo prima, serve una squadra che domini nel Super Rugby. I Lions stanno crescendo, se arriviamo ad avere due squadre di alto livello nel Super Rugby puoi costruire una buona nazionale attorno a loro. Faccio un altro esempio. Io sono nel board dei Saracens e se guardi, il successo dei Saracens va di pari passo con quello dell’Inghilterra. Due volte campioni d’Europa e l’Inghilterra due volte vincitrice del 6 Nazioni non è un caso. E’ gente che sa come si vince, non è che si sveglia la mattina e si chiede “E ora come facciamo?”. Lo sanno.

Foto – Paolo Vezzoli

 

Duccio Fumero

Giornalista professionista tuttofare. Il suo amore per il rugby nasce dal mix, pericoloso, di tre passioni: la bellezza del gioco, l’Irlanda e la birra. Per dieci anni ha curato il blog Rugby 1823 all'interno della piattaforma editoriale Blogo.

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