Italrugby: quando le parole sono importanti

La vigilia del NatWest 6 Nazioni è stata caratterizzata dalle parole di Sergio Parisse. Che non vanno sottovalutate e che dicono che gli alibi sono finiti.

Quanto possono dire le parole delle conferenze stampa prima di un grande match o di un importante torneo? Spesso poco, sono spesso frasi fatte che i protagonisti ripetono a favore dei giornalisti, ma forse anche di se stessi. Parole spesso scontate, perché è difficile immaginarsi altri concetti espressi prima di scendere in campo.

Insomma, diciamocelo chiaro e tondo, salvo che nei casi dove il divario è talmente lampante da diventare ridicole le frasi come “scenderemo in campo per vincere”, “vogliamo vincere”, “il nostro obiettivo dev’essere la vittoria” sono l’abc della comunicazione che gli uffici stampa impartiscono a giocatori e tecnici quando si presentano davanti ai microfoni prima di un grande evento.

“Vogliamo vincere”

E, così, andando indietro con la memoria non sorprendevano le parole ottimistiche e positive di Sergio Parisse negli anni passati. Come nel 2013, quando alla vigilia del Sei Nazioni disse “Basta onorevoli sconfitte. Nel Sei Nazioni dovremo raccogliere il frutto del lavoro, raccogliere vittorie”, o l’anno scorso, quando disse “Vogliamo vincere”, anche se poi aggiunse un più cauto “ma l’obiettivo più importante è essere costanti […] chiedo di giocare cinque partite di qualità”.

“Conta la prestazione”

Da novembre, però, la musica è un po’ cambiata alla vigilia dei grandi appuntamenti. A novembre, infatti, Conor O’Shea uscì allo scoperto ed evitò in tutti i modi di parlare di risultato. Il mantra in tutte le intervista alla vigilia dei tre test era stato uno solo: “il nostro focus deve essere sulla prestazione, non sul risultato”. Lo ha ripetuto prima di Catania, ma lo ha fatto anche dopo il successo con le Fiji, prima di Argentina e Sud Africa e lo ha ripetuto anche ieri. “l nostro obiettivo sarà quello di giocare il miglior rugby possibile” le sue parole.

Cui hanno fatto eco quelle ancora più oneste di Sergio Parisse. Che a domanda diretta ha risposto “Firmare per una vittoria? No. Firmerei per arrivare all’ottantesimo sempre con il risultato in bilico”. Che, poi, può significare cinque vittorie, ma anche cinque sconfitte. E tutte le altre combinazioni. Niente proclami – perché i tempi di Mallett e Brunel sono finiti -, niente facili illusioni.

“Giocare al 100% può non bastare”

Le parole sono importanti ed è vero che Conor O’Shea ha ammesso che “è giusto essere giudicati in base ai risultati, ma io guardo soprattutto al gioco”, ma proprio per questo quello che conterà in questo 6 Nazioni è il gioco. Quello che, va detto, a novembre non si è visto e che ha fatto sorgere più di qualche perplessità dopo la crescita che, invece, si era intravista tra i test autunnali del 2016 e il 6 Nazioni 2017, nonostante sia stato chiuso con cinque ko.

“Ai ragazzi dico sempre se squadre come l’Inghilterra e l’Irlanda giocano al 100% e noi giochiamo al 100%, vincono loro. Il nostro obiettivo deve essere esprimerci sempre al nostro miglior livello, provando a vincere tutte le partite. Quando gli altri non saranno al massimo…” ha aggiunto Conor ed è una frase che sottoscrivo in pieno. Giudicare l’Italia in base solo ai risultati è assurdo – perché piaccia o meno siamo inferiori ai nostri avversari – se non si valuta anche la prestazione degli avversari. Va giudicato il risultato degli azzurri guardando a come hanno giocato gli avversari e alla prestazione dell’Italia.

Le parole cancellano gli alibi

Per questo in questo 6 Nazioni, ma anche in tutti i match da qui ai Mondiali del 2019 in Giappone vanno giudicate le prestazioni degli azzurri. Ma questo, se da un lato rende le sconfitte un possibile alibi dietro cui nascondersi (“Sì, ma gli altri sono più forti”), dall’altra cancella proprio questo alibi. Perché le sconfitte e le vittorie verranno e dovranno essere giudicate anche e soprattutto per quello che l’Italia mostrerà in campo.

Le parole sono importanti e Conor O’Shea e Sergio Parisse alla vigilia di questo 6 Nazioni sono stati chiari. I risultati possono venire o non venire, ma a giudicare il lavoro del tecnico irlandese e quello dei ragazzi in campo sarà come quei risultati arriveranno o non arriveranno. E se per qualcuno quello degli azzurri può apparire un alibi facile (“E’ vero abbiamo perso, ma non giudicate solo il risultato”), dall’altra è una presa di coscienza importante.

Perché una vittoria, magari fortunosa, non potrà essere usata come foglia di fico se sull’altro piatto della bilancia dovessero esserci quattro pesanti sconfitte. Arrivare all’80simo sempre in bilico ed esprimersi sempre al meglio è quello, dunque, che Conor O’Shea e Sergio Parisse vogliono. E, dunque, è quello che i tifosi e gli addetti ai lavori devono chiedere. Alla fine del 6 Nazioni si tireranno le somme. Non sui risultati, ma sulle prestazioni. E quelle non dipendono dagli avversari, ma solo dagli azzurri. Senza foglie di fico.

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Duccio Fumero

Giornalista professionista tuttofare. Il suo amore per il rugby nasce dal mix, pericoloso, di tre passioni: la bellezza del gioco, l’Irlanda e la birra. Per dieci anni ha curato il blog Rugby 1823 all'interno della piattaforma editoriale Blogo.

8 commenti su “Italrugby: quando le parole sono importanti

  1. Ai ragazzi dico sempre se squadre come l’Inghilterra e l’Irlanda giocano al 100% e noi giochiamo al 100%, vincono loro. Il nostro obiettivo deve essere esprimerci sempre al nostro miglior livello, provando a vincere tutte le partite. Quando gli altri non saranno al massimo…”

    Sottoscrivo in pieno anch’io, poi si può discutere se gli avversari non riescono a dare il 100% anche in conseguenza del fatto che sei tu che li hai messi in difficoltà.

  2. Io invece non sono per niente d’accordo. Per me, senza risultati a lungo andare la bella prestazione è pura, semplice ed esemplare tautologia. Non giochiamo sempre con gli AB e non giochiamo sempre con squadre nelle migliori condizioni e che fanno la partita perfetta, anzi. Le belle prestazioni non possono essere un abbonamento alle sconfitte se no non sono affatto belle e c’è da farsi delle domande anziché accontentarsi di non finire asfaltati. Prestazioni se non sostanziose almeno competitive e non episodiche: in due anni è quello che mi sarei aspettato, e per adesso, non c’è traccia di continuità. Per non essere frainteso, credo che forse l’unica cosa davvero ben fatta, e di livello, nel nostro rugby siano i tecnici stranieri di nazionale e celtiche (ma ho anche grande stima di Orlandi, e pure la chiusa di Treviso funziona bene) ma li abbiamo presi per svoltare: sono il primo convinto che il grande slam lo vincono i Federer e i Nadal, ma qualche partita con le tier 1 e un ranking decoroso sono il minimo sindacale o avremmo potuto evitare di chiamarli. Con questo, se finiremo il 6N senza vittorie non sarà un dramma ma non saranno le sole prestazione a farmelo considerare positivo. Prestazioni, al plurale: svaccamenti vari e l’acuto del tenore sfiatato per salvare la recita, sarebbero da allarme rosso se vogliamo restare nel vagone e non ricominciare a correre dietro al treno, ante Grenoble (e senza soldi). In bocca al lupo ai ragazzi, e a CO’S.

  3. Come scrivevo ieri, secondo me bisogna trovare la giusta misura.
    Aspettarsi 3 vittorie e’ ovviamente inutile, ma non si puo’ neanche piu’ accontentarsi di sconfitte onorevoli e basta…anche perche’ poi bisogna decidersi cos’e’ onorevole ad un certo punto.
    Io penso che la perfomance sia la cosa principale da valutare, sono in linea con il pensiero di PArisse: meglio 5 partite in cui ce la si gioca fino all’ultimo minuto che una vittoria exploit e 4 prestazioni non di livello, pero’ concordo che non ci si possa accontentare solo di prestazioni onorevoli a meno che non ci si dica fin da subito cosa esattamente si stara’ a guardare. Come definiamo le perfomance come buone? Puteggio? Io le aprtite dove segni 2 mete negli ultimi 10 minuti, a babbo morto, con avversario ormai che pensa alla aprtita dopo per cui magari perdi di 16 invece che di 30 non le considero buone….ma c’e’ chi invece considera che “dai si son segnate due mete negli ultimi 10 minuti segno che ci stiamo fisicamente fino all’ultimo”.
    Si definisca quindi cosa sono i parametri della performance buona prima, se no il rigiro della frittata e’ sempre facile.

  4. in bocca al lupo ai fioi e ai tecnici…
    un fsm a tutto quello che la FIR di Dondi e di Gavazzi primo mandato non hanno fatto negli ultimi vent’anni…
    ieri da Paolo mi sono permesso di sostenere che il nostro rugby fa pendant con il resto dello sport italiano per non dire del paese… nel mio ragionamento ho omesso di dire quello che giustamente ha poi puntualizzato rabbi: il giro di schei esogeni che ha visto il rugby in Italia non l’ha mai visto nessun altro sport e tutto quello che abbiamo saputo fare è stato buttarli via…

  5. Quello che dovrebbe essere la premessa per avere prestazioni soddisfacenti, al di là del bel gioco e della tenuta fisica, è la tenuta mentale della squadra. Penso che Parisse volesse dire questo, arrivare a giocarsela sempre fino all’80esimo vuol dire che sei rimasto in partita e puoi con la giocata giusta portare a casa la vittoria. Quante volte l’Inghilterra, anche non giocando al suo massimo, ha saputo chiudere la partita con un approccio utilitaristico: quando l’Italia riuscirà a fare questo in maniera continua, e non solo sporadicamente (per non dire casualmente), dimostrerà di aver fatto un vero salto di qualità.

  6. Si è sempre detto che l’obbiettivo di O’shea and company era il mondiale del 2019, non stupisce che quindi i 6 nazioni siano visti come dei punti di snodo importanti ma non fondamentali, visto che appunto l’ottica è la crescita e lo sviluppo del gruppo fino al 2019. In quest’ottica diciamo che siamo a circa metà del percorso e i risultati secondo me vanno valutati in quest’ottica

  7. Frasi di circostanza che si possono dire durante la presentazione di un torneo prestigioso, poi in fondo quello che conta sono i fatti.
    Secondo me potrebbe essere un torneo dove la partita che conta più di tutte sarà l ultima con la Scozia, che forse quest anno come non mai potrebbe essere alla nostra portata per via dei vari infortuni, per il fatto che giochiamo in casa e che essendo l ultima partita del torneo magari loro potrebbero essere un pò più logorati dopo aver affrontato sfide che forse sentono di più rispetto alla partita con l Italia.
    Interessanti poi le parole di O’Shea e Parisse. Il tecnico lancia messaggia circa la permanenza delle franchigie in Pro14, parole rivolte più alla nazione che ai partner europei, i quali in lui hanno visto un buon commissario.
    Mentre Parisse parla del gioco e del fatto che per quanto bello possa essere il game plan delle Zebre, poi in campo internazionale non avrebbe nessun tipo di efficacia se non ben bilanciato.

    1. Stefo, che è un malpensante, sottolineava anche l’insistenza da qualche tempo di CO’S sul “chi verrà dopo di me”. In effetti, è un mantra.

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